Autori Vari.
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Respirare parole.
Milano 2020: 12 racconti.
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2014. Marcos Y Marcos Editrice, MILANO.
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E-book offerto dal Sistema Bibliotecario di Milano nell'ambito del progetto Milano da leggere, un'iniziativa per diffondere la lettura nella sua variante digitale.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Respirare Parole  un laboratorio-concorso letterario organizzato dal Comune di Milano in collaborazione con le Biblioteche del Comune di Milano e con gli Sportelli Energia. I partecipanti sono stati invitati a scrivere un racconto rispettando tre parametri: 1) LUOGO, Milano; 2) TEMPO, 2020; 3) CONTENUTO, nella storia, che poteva essere una storia qualsiasi, doveva esserci un incontro e il cielo di domani.
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La giuria, composta da Maria Gabriella Berti, Gianni Biondillo, Carlo Boccadoro, Massimo Cirri, Guido Duiella, Maurizio Matrone, Paolo Nori, Elena Sommariva e Bruno Villavecchia, ha selezionato i dodici racconti vincitori, pubblicati in questa antologia.
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Alternati ai racconti vincitori, abbiamo inserito immagini di Milano e i pensieri dei giurati sulla loro Milano del futuro.
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Flavia Rampichini.
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Cappuccetto Rosso a Milano.
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Una volta non c'erano boschi a Milano" disse la mamma mentre infornava la ciambella. "E cosa c'era allora?" chiese Mia; non riusciva a immaginare niente di diverso dai neodendri che fiancheggiavano gli ampi sentieri, cos bianchi e carichi di neve in quei giorni, mentre in primavera si ricoprivano di fiori celesti, fitti e delicati come i ricami della nonna. "Cosa c'era?" le fece eco la mamma. "C'erano le strade asfaltate, i palazzi, e naturalmente le automobili". "Quando sono arrivati gli alberi?" " stato l'anno che sei nata tu, nel 2014" spieg la mamma "esattamente sei anni fa, ma nessuno si ricorda come sia successo". "Perch?" "Il perch non si sa; ci sono fior di scienziati che stanno studiando il fenomeno, ma non sono ancora arrivati a una conclusione, sembra un caso ancora pi difficile dell'estinzione dei dinosauri. Una sera i milanesi sono andati a dormire, e pare proprio che si siano addormentati tutti alla stessa ora, anche quelli che di notte solitamente stanno svegli, come i tassisti, i medici del pronto soccorso, i fornai... e quando ci siamo svegliati, al posto dei vecchi palazzi c'erano questi sempreverdi alti fino al cielo, dai tronchi larghi come querce, al posto delle strade c'erano dei sentieri di terra battuta, e lungo i sentieri queste case di legno bianche come i fogli di un album da disegno; e tutte le automobili, dalla prima all'ultima, erano scomparse".
 "Che peccato!" comment Mia. "Mi sarebbe piaciuto tanto averne una! E poi cos' successo?"
 "Poi cominci a nevicare, era il 21 dicembre, e la nevicata era prevista gi da qualche giorno. Ma quella neve che cadeva a larghe falde posandosi silenziosa sul terreno e sui rami degli alberi stup tutti quanti, come se proprio la neve fosse la cosa pi sorprendente di quel mattino. Poi, dopo un po' che tutti se ne stavano col naso incollato alla finestra, i bambini cominciarono a chiedere di uscire; anche Tommy premeva davanti alla porta di casa, voleva assolutamente andare a toccare la neve, cos ci mettemmo le giacche a vento e i guanti imbottiti, e uscimmo sul sentiero. Tanti altri bambini si erano riversati fuori, e cominciarono a tirarsi le palle di neve e a fare pupazzi. Dopo i bambini arrivarono gli uomini con le pale, e si misero a lavorare sodo per sgomberare i sentieri".
 "Non c'erano i robot spalaneve, mamma?"
 "No, non li avevano ancora inventati; quell'inverno la neve si dovette spalare tutta a mano, ma i milanesi fecero un gran lavoro, e dopo un po' la citt ricominci a vivere, i bambini ripresero ad andare a scuola e i grandi al lavoro, solo che n i lavori n le scuole erano pi gli stessi di prima".
 "La torta  pronta" disse il forno con la voce suadente di un famoso doppiatore, distraendole da quella conversazione.
 "Grazie caro, puoi spegnerti ora" rispose la mamma, estraendo la tortiera e posandola sul piano della cucina; poi si rivolse di nuovo a Mia: "Quando si sar raffreddata te ne taglier una bella fetta da portare alla nonna. Vai a finire i compiti, adesso".
 "Una fetta perfetta" comment Mia, e and a raggiungere Tommy nella cameretta.
 Mia pedalava allegra sulla sua woodbike color lampone, il cesto con la ciambella per la nonna appeso al manubrio, il berretto rosso di metacotone antiurto ben calcato sopra le orecchie. Pap all'inizio di dicembre metteva sempre le gomme da neve alle bici, ma oggi non ce n'era davvero bisogno perch il sentiero maestro era pulitissimo: i robot spalaneve avevano fatto un bel lavoro. Gi la sera prima aveva smesso di nevicare, e il cielo era di un blu cos profondo da far venire voglia di tuffarsi come nel mare. Per star dietro alle pedalate troppo lunghe di Tommy, Mia si immagin di solcare le onde in groppa a un delfino, e lo spronava a fare pi in fretta per non perdere il resto del branco. Sulla salita del cavalcavia, le venne subito il fiatone.
 "Che bello se avessi una macchina proprio adesso!" pens. "Potrei starmene seduta comoda mentre qualcuno la guida, invece di sudare sotto la giacca a vento e spingere sui pedali". Naturalmente poteva andar bene anche la solarbike a pedalata assistita della nonna, o il sedile di un bicitaxi, come quello che la mamma aveva chiamato quando era venuta a prenderla prima a scuola perch aveva la febbre. Per crogiolarsi al calduccio sul comodo seggiolino di un'automobile, ascoltando le canzoncine che pap metteva nell'autoradio... Tommy gliel'aveva raccontato tante di quelle volte, che le sembrava di aver vissuto in prima persona quel ricordo. Sapeva bene che era impossibile, la mamma aveva detto che le automobili erano scomparse quando lei era appena nata, eppure...
 In cima al ponte Mia avrebbe voluto fermarsi a contemplare l'eliovia, la linea ferroviaria lastricata di pannelli solari che tagliava in due la citt-bosco, snodandosi tra i neodendri come un serpente dalle larghe scaglie luccicanti; Tommy per era gi andato troppo avanti, cos Mia si lasci andare lungo la discesa, godendo dell'aria fredda che le sferzava le guance. Aveva appena ricominciato a pedalare sulla strada pianeggiante, quando vide passare alti nel cielo tre iridorni. Era raro vederne d'inverno a Milano, solitamente migravano con i primi freddi, anche se nessuno aveva ancora scoperto dove andassero a svernare. Mia rimase col naso per aria a contemplare le lunghe scie variopinte lasciate in cielo dagli uccelli, come tre arcobaleni su una tavolozza azzurra, per questo non vide la radice sporgente in mezzo al sentiero. Doveva essere molto grossa, perch le sospensioni a molla non riuscirono ad assorbire l'urto e la bici scart di lato disarcionando Mia, che si ritrov nella neve fresca. Grazie al tessuto autoindurente del berretto, Mia non si era fatta male, ma il cestino era sbalzato via dal manubrio, e per andarlo a recuperare dovette fare qualche passo fuori dal sentiero. Dopo aver raccolto la ciambella, che per fortuna era ancora avvolta nel tovagliolo della mamma, si accorse di essere finita su una viuzza laterale che, dipartendosi dalla via maestra, si addentrava nel folto del bosco. Levando lo sguardo verso le cime innevate dei neodendri, vide passare in volo altri due iridorni, nella stessa direzione dei primi tre.
 "Ma dove vanno tutti questi iridorni?" si domand Mia. La mamma le aveva sempre detto di non uscire mai dal sentiero principale e non inoltrarsi per nessuna ragione nel bosco, ma del resto aveva anche detto a Tommy di badare a lei e di non lasciarla indietro, e invece il fratello sembrava non essersi nemmeno accorto della sua caduta, perch non accennava a tornare. Mia si riport sul bordo del sentiero, e stava per risalire in sella quando vide altre tre scie arcobalenate sopra la sua testa, e tutte puntavano ancora nella medesima direzione. "Questo  troppo!" si disse, e invece di rimettersi in strada, appoggi la woodbike al cavalletto. "Quando Tommy verr a cercarmi, si prender un bello spavento" pens "e gli sta bene!" Poi si incammin per il sentiero laterale, dietro alla traccia degli iridorni.
 Le case di Milano erano costruite quasi tutte lungo i sentieri maestri, e cos pure le scuole, gli uffici e i negozi; poca gente aveva motivo di addentrarsi nel bosco d'inverno, e per questo la mamma non voleva che i bambini ci andassero da soli. Mia c'era stata pi volte d'estate a raccogliere i finferli e i funghi del lievito che crescevano numerosi tra le radici dei neodendri, e qualche volta nei mesi invernali la mamma li aveva portati a un parco giochi nel folto del bosco dove c'erano le montagne russe aerociclabili e una pista di ghiaccio per il pattinaggio. Seguendo il sentiero Mia arriv a una piccola piazza perfettamente circolare. Nel centro c'era una fontana sormontata da una statua; sull'argine di pietra si erano posati gli iridorni. Alcuni bevevano dalla vasca col lungo becco affilato, altri si pulivano le piume variopinte. Mia rest col fiato sospeso, prima di avvicinarsi in punta di piedi.
 "Se avessi il solarphone della mamma" pens "potrei fare una bellissima foto e metterla su Apprising! Sai che pioggia di Mi piace!" Camminava come in una scena al rallentatore, sperando che gli iridorni non sentissero lo scricchiolio dei suoi scarponi sul suolo innevato, o che sentendolo non si spaventassero. Quando fu a pochi passi dalla fontana, lo stormo si lev in volo con uno sfavillio colorato; Mia rimase a fissare l'acqua incredibilmente azzurra della vasca, in cui si riflettevano gli arcobaleni svettanti degli iridorni, come in un cielo capovolto.
 La statua rappresentava un signore in sella a una vecchia bicicletta con le ruote a raggi. Sul piedistallo c'era una grossa targa, che diceva cos:
 ALLE VITTIME INNOCENTI
 DELLA STRADA
 CHE LA LORO PREMATURA DIPARTITA
 NON SIA STATA INVANO
 NELL'ANNO SECONDO
 DELLA CITT-BOSCO
 PIETRO PODALI E I MILANESI TUTTI
 DEDICARONO 
 "Chiss chi era questo Pietro Pedali?" si chiese Mia. "Podali" disse una vociona dietro di lei, facendola sobbalzare "Pietro Podali. Se vuoi te lo spiego io". La vociona apparteneva a un vecchio signore con un buffo cappello marrone, gli occhiali dalle lenti spesse e i baffi grigi che la scrutava con aria insistente, ritto in piedi a pochi passi da lei. "Che spavento!" esclam Mia "non ti ho sentito arrivare!" "Perch eri troppo concentrata nella lettura" comment il signore "o forse perch l'effetto della mia vernice invisibile non era ancora svanito" e nel dir questo si batt una spalla con la mano guantata. Una polverina azzurra si lev luccicante dal tessuto grigio del cappotto, vorticando eterea intorno allo sconosciuto per poi dissolversi nell'aria. Mia rimase a guardarlo con la bocca spalancata. "Chiudi la bocca, Cappuccetto Rosso" disse il vecchio signore "o ti entrano le mosche, e dimmi piuttosto cosa c' di buono nel tuo cestino". "La ciambella per la nonna".
 "Ci avrei giurato! Me ne fai assaggiare un pezzettino? Ho una fame da lupi".
 "Non posso, la nonna mi sta aspettando..."
 "E dai, solo un pezzetto piccolo, per sentire se  buona come quella che mi faceva la mia mamma da ragazzino. In cambio ti racconter la storia di Pietro Podali, e alla fine ti far anche un regalo".
 Mia scrut il viso del vecchio: aveva uno sguardo strano dietro le lenti spesse, come se i suoi occhi mettessero a fuoco cose diverse da quelle che vedeva lei; per il resto le pareva un normalissimo nonno, anche se lei a dire il vero i nonni non li aveva mai conosciuti.
 "E va bene" cedette Mia sospirando, e stacc un pezzetto di ciambella dalla fetta perfetta della mamma.
 "Mmmh, buona" disse il vecchio leccandosi le dita ossute "ora ti meriti il tuo premio, sediamoci qua sul bordo della fontana, e apri bene le orecchie.
 "Devi sapere, piccina, che Pietro Podali era un signore vissuto tanti anni fa, quando a Milano non c'era ancora il bosco, ma tante tante macchine che correvano sulle strade mettendo a rischio la vita delle persone".
 "Ma cosa dici? Le automobili non erano pericolose!" protest subito Mia.
 "S invece, tu che ne sai? Non eri ancora nata! Non interrompermi, e dammi un altro pezzetto di quella ciambella, voglio vedere se  ancora buona come prima".
 "Se parli male delle automobili non ti do proprio niente!"
 "Uh, che carattere! E va bene, le automobili erano belle, comode e veloci, ma erano decisamente troppe, e qualche volta chi le guidava le trasformava in armi letali. Va bene cos? Ecco, allora dammi un altro po' di ciambella e andiamo avanti, che se no facciamo notte. Pietro Podali un giorno che andava di fretta con la sua automobile invest un signore in bicicletta, e senza volerlo lo uccise. Naturalmente gli dispiacque molto, e siccome era una brava persona pag senza protestare il suo debito con la giustizia".
 "E cio?" domand Mia.
 "Cio and in prigione, e ci rimase per un po' di tempo. Durante la reclusione ebbe modo di riflettere su quanto grave e spaventoso fosse stato il suo delitto, e quanto assurda fosse la vita nelle citt, dove le macchine avevano invaso ogni spazio e non lasciavano pi respirare liberamente le persone. Una volta uscito di prigione, Pietro Podali and a cercare la moglie dell'uomo che aveva involontariamente ucciso, e le parl cos: 'Signora, ho commesso un orribile crimine, ma sono pronto a risarcirla ben al di l di quello che la legge mi impone. Per mia fortuna sono un uomo molto ricco, mi chieda ci che vuole, e sar pronto a esaudire ogni Suo desiderio; in cambio, ho l'ardire di chiederle il Suo perdono'.
 "'Desidero che mi restituisca la vita di mio marito' rispose la donna guardandolo con freddezza.
 "Pietro impallid. 'Ma signora, questo  impossibile e Lei lo sa bene! Mi chieda qualunque altra cosa, sono pronto a deporre l'universo intero ai Suoi piedi!'
 "'Allora desidero che nessun altro mai pi possa morire com' morto mio marito' disse ancora la donna, con la stessa freddezza.
 "'Dio sa quanto lo vorrei anch'io, ma neppure questo  in mio potere. I Suoi desideri sono impossibili da realizzare!'
 "'S,  vero' ammise la donna 'sono impossibili come il mio perdono, che Lei non avr mai. Perci La prego di andarsene e di fare i conti da solo con il Suo rimorso'.
 "Pietro Podali se ne and con la coda tra le gambe come un lupo bastonato; poi si mise a cercare i parenti delle persone uccise da un'automobile mentre andavano a piedi o in bicicletta, e a ognuno di loro fece innumerevoli regali e li aiut a vivere nel benessere e nell'abbondanza. Quando ebbe dato fondo a tutti i suoi averi, si imbarc come mozzo e cominci a girare il mondo. Un giorno la nave su cui viaggiava incontr una terribile tempesta e affond, ma Pietro riusc a salvarsi e fece naufragio su un'isola remota, fuori da tutte le rotte, mai disegnata su nessuna carta al mondo".
 "Come l'Isola che non c'?" domand Mia.
 "Ah, ma allora Cappuccetto Rosso  amica di Peter Pan! A proposito, dammi un altro pezzettino di quella meravigliosa ciambella, cos posso rifiatare un momento".
 Mentre il vecchio masticava lentamente, Mia vide volare basso sopra le loro teste tre iridorni; sembravano venire verso la fontana, ma si posarono su un neodendro a pochi passi da loro, e rimasero l, come per ascoltare il seguito della storia.
 "Dunque" riprese a dire il signore "dov'eravamo rimasti? Ah s, Pietro fece naufragio su questa meravigliosa isola deserta, dove cresceva una foresta di alberi prodigiosi, indistruttibili e popolati di uccelli straordinari dalle piume color dell'arcobaleno".
 "Gli iridorni!" comment Mia.
 "S, piccina, proprio loro: gli iridorni. A proposito: fu Pietro a battezzarli cos, e anche i neodendri, perch nessun altro uomo prima di lui li aveva veduti. Dopo un po' di tempo trascorso sull'isola, Pietro comprese che gli alberi, oltre a favorire la crescita di funghi gustosissimi e nutrienti tra le loro radici, e a creare un'aria straordinariamente pulita e salubre, avevano la facolt di influenzare positivamente i sogni e i pensieri di chi vi trovava rifugio. Almeno, Pietro attribu a essi l'afflusso di creativit e di energia da cui si sentiva pervaso. Al suo soggiorno sull'isola risalgono le principali invenzioni che poi mise a punto e fin di realizzare una volta tornato alla civilt, come le woodbike con le ruote a molla, in grado di ammortizzare al meglio gli urti su un terreno sconnesso, il metacotone capace di rispondere agli stimoli ambientali variando consistenza e spessore, e soprattutto il pavenergy, il pavimento che trasforma l'energia dei passi che lo calpestano in energia elettrica".
 "Davvero le ha inventate lui tutte queste cose?"
 "S, davvero piccina, prendendo spunto qua e l da qualche invenzioncina di cui aveva sentito parlare... Comunque a un certo punto Pietro cap che era venuto il momento di andarsene da quell'isola incantata; si fabbric una zattera robusta con il legno degli alberi prodigiosi, e si mise in mare. Alcuni iridorni, di cui era diventato amico, lo seguirono e gli indicarono la rotta, finch non raggiunse una costa abitata. Pietro si mise a lavorare alacremente alle sue invenzioni, e quando fu a buon punto, si ripresent dalla donna a cui aveva ucciso il marito. La donna non lo riconobbe subito, gli anni e le cose viste lo avevano molto cambiato, ma quando lo riconobbe ebbe un gesto di stizza, come per scacciare un insetto molesto.
 "'Signora' disse lui afferrandole il polso 'sono tornato solo per dirLe che il Suo secondo desiderio sta per essere esaudito. Domattina aprendo gli occhi pensi a me, pensi che ci che vedr  opera mia e, se pu, mi perdoni' poi le gir le spalle e se ne and. La donna rimase impietrita dallo stupore, poi corse in strada e lo richiam.
 "'Signor Pietro' grid, e a quel grido lui si volt senza tornare indietro. 'Signor Pietro io... io la perdono comunque'.
 "Il viso di Pietro Podali si illumin di un sorriso che sembr ringiovanirlo di trent'anni. 'Era quello che speravo di sentirle dire' comment, e scomparve nel traffico cittadino. Quella notte stessa Pietro sal in cima al grattacielo pi alto di Milano, che sorgeva in piazza Gae Aulenti, dove ora si trova la sede della Banca del Tempo, e sparse al vento una manciata di semi di quegli alberi prodigiosi che si era portato dai mari del Sud. I semi vorticarono per un po' librandosi sopra le strade, lasciando dove passavano una scia di luce azzurra brillante, poi generarono un tornado sempre pi impetuoso che avvolse come in un manto l'intera citt. Pietro, come tutti i milanesi, si addorment di schianto, e al suo risveglio c'era la citt-bosco. Allora, come gi aveva deciso di fare, si mise alla guida dei milanesi smarriti per aiutarli, con le sue invenzioni, ad adattarsi alla nuova realt e a godersela senza guastarla, tanto che presto i suoi concittadini lo scelsero come sindaco. Per quasi due anni resse egregiamente la citt, poi, quando gli parve che le cose fossero ormai ben avviate, dedic questo monumento alle vittime della strada e si ritir dalla carica di sindaco, partendo di nuovo per i suoi viaggi intorno al mondo".
 "Perch?" domand Mia.
 "Perch aveva i suoi progetti, ma dammi ancora un po' della tua ciambella... Oh! Te l'ho finita. Fa niente, per farmi perdonare ti dar il regalo promesso" ed estrasse dal taschino della giacca un piccolo scrigno di legno scuro. "Ma prima ti chiedo di aspettare due minuti, il tempo di scrivere un biglietto a tua nonna per chiederle scusa di averle mangiato tutta la merenda. E non aprire questo cofanetto finch non le avrai dato la mia missiva".
 Nella cucina della nonna, Mia le diede il biglietto; Tommy si era chiuso in camera a leggere i fumetti sul tablet, era ancora arrabbiato con lei per averlo fatto spaventare.
 "Uh com' scritto in piccolo!" disse la nonna. "Puoi leggermelo tu, tesoro?"
 Mia non chiedeva di meglio, e cominci a leggere, incespicando qua e l in quel corsivo antiquato:
 Cara signora,
 devo scusarmi di nuovo con Lei, per essere sparito cos all'improvviso quattro anni fa; volevo spargere i semi dei neodendri in giro per il mondo, ma anche se hanno apportato notevoli migliorie nella vita degli altri paesi, purtroppo in nessun'altra citt mi  riuscito di ripetere l'incantesimo che ha trasformato Milano. Forse avrei dovuto condividere prima con altri i miei segreti; li affido ora a una persona speciale, e su questo giudizio son certo che Lei concorder.
 Signora, sono stato sempre un lupo solitario, ma il Suo perdono ha riscaldato gli anni della mia vecchiaia, e gliene sar grato per tutto il tempo che mi resta. Addio e buona fortuna.
 Firmato...
 "...Pietro Podali" concluse la nonna sospirando. "Nonna, ma stai piangendo?" "Pare di s, ma non dirlo a nessuno!" Mia pos il foglio sul tavolo, e tir fuori dalla tasca il cofanetto di legno. Quando l'apr, si sprigion un raggio di luce che tinse d'azzurro la stanza. "Nonna, guarda cosa mi ha dato Pietro in cambio della ciambella!" La nonna si avvicin, e vide lo scrigno ricolmo di semi azzurri, levigati e appetitosi come minuscoli confetti. "Ti ha regalato un biglietto per il futuro" disse a Mia carezzandole la testa "son certa che saprai farne buon uso".
 

 Mi chiedono, dalla casa editrice Marcos y Marcos, che son dei miei amici, che parole vorrei respirare a Milano e io, se non fossero miei amici, a uno che mi fa una domanda cos: "Che parole vuoi respirare a Milano?", gli risponderei, credo: "Nessuna". Per, visto che son dei miei amici, mi tocca pensarci e, se ci penso, alle parole che vorrei respirare a Milano, devo dire che non lo so.
 Che io, che ho poco pi di cinquant'anni, se c' una cosa che ho imparato, in questi cinquant'anni,  il fatto che non so niente, non solo delle parole che vorrei respirare a Milano, anche cos, in generale.
E l'unica cosa che posso forse dire, delle parole e di Milano,  raccontare di una delle prime volte che son stato a Milano da solo, avevo forse venticinque o ventisei anni, e ero in centro, e mi ero perso, e avevo fermato una signora e le avevo chiesto: "Scusi, posso chiederle un'informazione?" e lei mi aveva detto: "Dipende".
Che io, mi ricordo, c'ero rimasto malissimo. Dipende?
Che quella signora l, adesso io, come ho gi anche detto, non so mica niente, ma mi immagino che quella signora l fosse milanese e non lo so, che vita facesse, tutta all'indentro, e mi vien da pensare che forse sarebbe bello provare, a Milano, per via delle parole, quando qualcuno ti chiede: "Posso chiederle un'informazione?", provare a rispondere: "S".
Suona cos bene. Per non lo so; un po' perch, come devo aver detto, non so niente, un po' perch ognuno, secondo me, deve fare quello che vuole, con le parole e anche senza. 
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Paolo Nori. Irene Carminati
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In movimento.
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M e J stanno lass, fermi e appiccicati, amanti avvinghiati, geometricamente scolpiti come in un quadro di Tamara Lempicka. "Siamo soli, senza denaro, come facciamo a fuggire questi luoghi comuni?" sussurra M un po' allarmata, scandendo le parole. "Non scappiamo, restiamo qui al numero 20 di via P, saremo felici, io ti amo e sopravviveremo".
 La ragazza che pensa sempre di andarsene sta ferma, affacciata al balcone lurido della sua casa di Milano, forse la risposta  al numero 20 di via P. Perch pensare che c' sempre un posto migliore di questo? Guarda ancora lass verso M e J, cartellone pubblicitario di Giorgio A., quadro dei desideri, immagine godibile e stereotipata, arte per antonomasia, ma progettata per essere guardata in movimento dagli occhi sottomarini dentro il cervello. Flessibili, in movimento, parole prese alla lettera in ogni occasione dallo spirito della citt. Anche dalla ragazza che pensa sempre di andarsene.
 La ragazza esce, correndo senza motivo, con i pensieri in tasca e un delizioso panino in borsa per pranzo. Nell'aria c' odore di ossidazione autunnale e riscaldamento acceso. Sente le particelle del cielo che urlano "Respira con moderazione!", la sua bocca prova ad acchiappare poca aria in corpo, ma i suoi polmoni si aprono tutti, risuonano a tratti come il freno di una bicicletta. Oggi va dal ragazzo che pensa sempre di andarsene.
 Lui vive fuori Milano, ma  qui che l'ha incontrato. L'ha incontrato nella primavera di quest'anno 2020, e subito veloce ha capito che insieme forse potevano andarsene.
 Mentre corre verso la fermata del filobus due biciclette le suonano: per la fretta stava correndo in mezzo alla pista ciclabile dal fondo rosso, arteria in costruzione della citt. Dall'altro lato della piazza scorge il filobus luminoso.
 La 90: carovana di odori umani, olezzi di vita al limite, profumi orientali, spezie pungenti dell'aria, spezie umane di origine gastrointestinale. Un balzo ed  sul mezzo. Una signora anziana si copre il naso con un fazzoletto dorato: vicino a lei staziona un uomo imponente con l'odore e la corporatura di una bottiglia di vodka. Le porte si aprono e un'ondata d'aria fresca invade tutte le narici, anche quelle dell'uomo che socchiude un po' gli occhi e si getta di fuori per svuotarsi proprio come una bottiglia piena di liquido. La signora anziana tira un respiro di sollievo e chiede alla ragazza che sta sulla porta: "Scende alla prossima?" La ragazza alla prossima scende. Sgambetta oltre il semaforo verso la fermata della metro. Per l'ennesima volta una bicicletta le fa il filo: un colpo al cuore, ma non le dispiace. Finalmente in metro: due minuti d'attesa. Quando aspetta guarda sempre le grandi mappe di Milano per imparare vie e nuovi percorsi. Altre volte prende il tram per soffermarsi e rallentare il tempo, osservare e dipingere immagini, fissare storie ignote da continuare fino alla porta di casa, dare caratteri e volti ai luoghi; di mese in mese conquista nuovi quartieri, come in una partita a Risiko, ma con lo spirito di Marco Polo. Non c' tempo per l'avventura a est della citt perch il treno arriva subito. Alla fermata C sale un gruppo di musicisti dalla pelle ambrata. Per la ragazza in movimento improvvisamente il tempo cambia, tutti i passeggeri ora danzano, ascoltano, si trovano per mano. Danzano un valzer, valzer secondo di Dmitrij ostakovic?. I tre quarti riempiono i corpi d'onde di speranza e bianco di Siberia. Sorrisi, mani incrociate e rumore di dolci tacchi sul pavimento a cento chilometri orari. I cuori, le casse armoniche del petto e gli apparati auricolari degli spettatori danzanti suonano risposte invisibili. La ragazza si  emozionata e vuole berla tutta, questa sensazione. Tutti sono stati colpiti, tutti intorno a lei svuotano le tasche, come un applauso tintinnante di monete. Agli occhi della ragazza per un attimo sembrano rubli. Come fanno ad avere le tasche piene? Anch'io applaudo! Anch'io vi do qualcosa, non andate subito! Aspettate! Suonate un altro minuto! "Un altro minuto significa un'altra fermata e un'altra canzone, mia cara" le dice con gli occhi un violinista. Cerca una moneta nella borsa con frenesia, forse a tempo con la musica che va ancora, ma la ragazza  pi lenta di tutti gli altri. Non vuole mostrare a tutti le mani Caterpillar nella borsa, non vuole aprire il portafogli, vorrebbe trovare proprio quella monetina vagabonda, zingara che era convinta le sfuggisse tra la spazzola e un blocco note. Perde l'occasione. Ha troppe tasche questa borsa. Guarda il portafogli, non ho neanche dieci euro, pensa, la Musica si offender? I musicisti sono scesi. Il valzer era un sogno di una fermata e lei rimane amareggiata per non averlo aperto subito il maledetto portafogli. Arriva una sensazione che le lascia uno scarabocchio sulla fronte.
 Le gambe son pi veloci del suo pensiero e la portano fuori guidata da altra musica metropolitana e dalla voglia d'incontrare il ragazzo che pensa sempre di andarsene.
 Si lancia oltre il tornello fluido. La ragazza cammina tutta veloce, smaniosa di prendere il treno come fosse in ritardo ma non lo . Un passo veloce, supera, passo, passettino, la superano. Passo e incrocia una donna che le chiede i soldi per un panino.  lei a possedere il delizioso panino, ma il cervello della ragazza in quel momento  sulla giostra dei pensieri ricorrenti: - lei che vuole andarsene - No compassion dei Talking Heads - tessera elettronica a portata di mano - che palle Trenord - tornello della stazione come lama che taglia a met i busti dei pendolari - mi verr a prendere in stazione? - indosso un bel maglione scafandro.
 Evita la donna, ma l'ha sentita bene. Scende subito dalla giostra dei pensieri ricorrenti e si gira, la donna non c' pi e la cerca, corre per la stazione della metro e poi fuori, piove forte, ma continua a cercarla. Respira acqua e molecole poco amiche, ma la donna non c' pi. Ha perso un'altra occasione?
 Il delizioso panino nella borsa era in realt per quella donna, e lei non la trova. Piange.  mezzogiorno, la ragazza il panino non lo vuole mangiare, quel delizioso panino la potrebbe avvelenare perch  lui a non voler essere mangiato da lei. Il panino chiamava la donna, ma lei era gi scappata.
 Perch sei scappata?! Perch  tutto veloce, perch tutti i gesti devono essere veloci? Perch me ne voglio andare? Me ne voglio andare? Forse no. Perch qui nessuno si ferma un attimo? Nessuno crede nell'umanit? Come fanno le persone ad amarsi se non si fermano un po'? Se fosse stata pi lenta, avrei potuto darle il panino?
 Il panino lo regalo, pensa. No va be' lo mangio. Non lo so. Mi fermo.
 Ora la ragazza sta sul treno. Magari la donna si sta mangiando un panino enorme e genuino. Non morir di fame a Milano!
 Guarda il cielo: le nuvole ora sono aperte come braccia e non piangono pi: no, non morir di fame! Ci sar qualcuno che le dar il suo panino, anche se il mio delizioso non l'ha avuto. Il colore del cielo non compromette le giornate. Non  un motivo per andarsene. Si sceglie noi il clima delle nostre giornate. Respira qui.
 In fondo la ragazza lo sa: lei che pensa sempre di andarsene e il ragazzo che pensa sempre di andarsene lo pensano ma non lo fanno, restano, perch le cose sono in movimento da tempo qui.
 

 Inforco la bicicletta e giro per Milano, la mia amica a due ruote mi porta dove voglio, tra i monumenti cittadini e attraverso i parchi urbani, mi permette di vivere a contatto con l'atmosfera locale in maniera diretta e al tempo stesso sostenibile ed ecologica. La Citt ora (2020) ha meno auto, meno rumore e pi sorrisi... 
 Maria Gabriella Berti
 

  Tania Di Bernardo
 Noctiluca

 
 I. La luce del cielo
 Per le scintille, ormai, ci pensava il vento. A sporgersi dalla finestra, quella notte, come tutte le notti, veniva un brivido al cuore. La radura degli alberi folti, sparsi e stesi per i rettifili ripuliti dai biglietti dei tram e dalle cicche tristi, si era alzata come una schiera di giganti, lungo tutta via Palazzi e cercava la metropolitana, dove si sarebbe incontrata con un gruppo d'innamorati, arrivati in tempo per l'ultima corsa. A Milano le vie dell'acqua avevano creato canali e ponti, piccole locande aperte fino all'alba e dormitori dolci, con i tetti a punta. Da qualche parte riposavano, come grossi pensatori sconfitti, tralicci e vecchi pali dell'elettricit, ancora collegati nelle trame dei loro fili, in quell'ultimo abbraccio dismesso. La luce, si sapeva, era un ospite che veniva da fuori. Un grande parco marino lambiva i resti di cortili d'asfalto, messi in sala d'attesa da onde e remi. Da lontano, il Duomo dormiva bendato. Le lunghe vene arancioni dei tram eolici si bevevano passeggeri e suonatori d'arpa, in un placato rumore di fanali che faceva ridere i bambini. E poi c'erano le scintille che, dall'alto, il vento accendeva. La macchina centrale s'impregnava d'aria e acqua, alla solita ora, e da l, secondo una miscela di pulsanti e ingranaggi, un vapore spingeva turbne e piccole finestre da cui si sollevava, come una proiezione, la corrente luminosa. Piccole molecole di cristallo si accapigliavano per il loro quotidiano centimetro di mantello celeste, e come bolle di sapone smaltivano l'urgenza di salire sul tetto del creato nell'intervallo di qualche secondo. La luce che ne nasceva si dilatava a macchie, prima segreta e poi matura. Le sfere di cristallo, prima trattate nel letto di una piccola stufa e poi raffreddate, si separavano le une dalle altre secondo il meccanismo di una leggera danza. Qui, dopo essere corse via lungo il manico di una piccola torcia, si rannicchiavano in un gioco di biglie che l'impianto, attraverso una piccola camera atmosferica, convertiva in polveri bioluminescenti, pronte a saltare dall'autostrada del camino nella grande volta sopra Milano. Nascevano in questa maniera le gentili noctiluche, le lampare del cielo che come aquiloni senza padroni, scorrazzavano in alto a sventolare fulmini e fosforescenze, facendosi orchestra e faro per tutti gli abitanti della citt. Senza interruttori, senza lampadine: non era che una scia libera, e fortissima, che si propagava all'infinito, apprendendo dal vento la forza di durare, e dagli aerei la pazienza del volare. La gente si era abituata a quel nitore naturale, non c'era altra brillantezza da cui ci si lasciava irradiare: la grande macchina, al centro di tutto, continuava nel suo lavoro e secerneva filamenti e polveri brulicanti. E c'era lui. E c'era lei.
 II. La sposa bambina
 La sposa bambina si era messa ad ammirare la notte anche quella notte, e fissava tutto, dalla sedia del suo trono stanco, tra i calcinacci delle persiane e uno spiraglio di cassetti aperti in cui girava a vuoto una trottola di legno.
 La sposa bambina amava da sempre lo spettacolo gratuito di quel magnetismo astrale, la notte rovesciata al contrario, col mare sopra, e tutto il resto a sorreggergli pazientemente quell'involucro di acqua e sale. Lei era nata dieci anni fa, durante i giorni delle grandi ceneri del vulcano Eyjafjallajkull che avevano reso il cielo del mondo una volubile colonna orizzontale di detriti, senza pi aerei e comete. Fu forse per quella ragione, che sin da quando entr nell'orbita terrestre, clandestina, sul pavimento sporco di una cattedrale occupata di via Bologna, non faceva altro che guardarlo, il cielo. Abdo l'aveva avvolta in un piccolo telo di plastica bianca, rimboccato per i fianchi con una molletta nera. Tra la sorpresa dell'umanit, lei sorrideva, e non dormiva: sempre e solo guardava l'alto. Da qualche tempo raccoglieva, forte, negli occhi la tentazione di contarle tutte, quelle stelle fluttuanti che diramavano luce sulla citt, e sentiva sulla propria pelle come se, da un momento all'altro, qualcosa sarebbe cambiato per sempre. Come se, da un momento all'altro, anche lei sarebbe diventata notte. Le sembrava di sciogliersi in granuli pi fini, e che, con un soffio, anche lei avrebbe potuto farsi noctiluca di altri, ritornando magari un giorno sulla terra come frammento, o detrito di un grande colore. E, allora, attendeva la soluzione, ammirando tutto, nello sciabordio della darsena, nel suo ormeggiare di trapezi e velieri. Attendeva il risucchio in quel centro di gravit al contrario, dove tutto era destinato a salire piuttosto che cadere. Lei sognava, in fondo, proprio questo. Finire per trasformarsi in luce, lasciarsi guidare dall'aria per poi sparire. La sposa bambina apparecchiava la finestra, studiando l'attento accendersi delle noctiluche fluttuanti, che eseguivano la loro liturgia di mezzanotte passata, e che le allestivano il cielo di valvole azzurre dove tutto restava mobile e cortese. C'erano un drappo blu e una lanterna verde, ai suoi piedi. E c'era tutto spento, nella conca di Milano, dove la brezza acquatica spingeva pi in l le fritture di kebab e panini. La stanza la conteneva morbidamente, come una sillaba a fior di labbra, e la sposa bambina avvertiva in quel grande coro circostante che quella era la sua ultima veglia. Si sent trasmesso l'abbraccio del tempo, di quelle alghe fluorescenti che, sopra la sua testa, si spalancavano come farfalle lente, nel dileguarsi di remoti riverberi. Era tutto lento, c'era un sentimento di diffusa pace, pieno d'illusioni. "Vieni pi vicino, vieni pi vicino" le ripeteva la roca voce della madre, ma tra la voce e lei abitava una strana lontananza, non vi era pi prova di contatto: il vento coagulava, al pari delle luci, strane memorie, e per la sposa bambina, in contemplazione, tutto quello era come morire. Fuori, tra i palazzi di Cordusio messi ad asciugare e le vertebre fiere delle stazioni, le noctiluche si stavano contagiando a vicenda, in un concerto. Il silenzio era pieno.
 III. Il giovane di Dacca 
 Nei sentieri di catalpe e paulonie, come un superstite, si aggirava, aprendo gli occhi a ogni traiettoria di luce, quel giovane di Dacca che vendeva costellazioni. Continuava a lanciare in aria la sua girandola iridescente, sopra la colonna del Naviglio, e si affrettava a recuperarla, nel frangente inevitabile del suo precipitare. Tutto il suo mestiere era quel solo unico, rapido movimento delle dita: tendeva la corda e dava rincorsa al salto della luce, che sospirava con un rantolo prima di sollevarsi e lasciare una debole scia. Questo era il suo tempo della notte: camminare, lanciare e riprendere. Non c'era pausa per quelle saette, nessun tempo morto: le loro ascese erano inesauribili, ma morivano dopo qualche secondo, poco prima di baciarsi il cielo. Il giovane di Dacca, allora, cercava l'impresa e si scrocchiava le dita, a ogni tiro, fulminato dalla bellezza delle noctiluche a cui mirava. In fondo lui sapeva che bastava un po' d'alito in pi, una febbre maggiore e anche quella sua freccia si sarebbe appesa al soffitto per sempre, trascinandosi via anche lui, in un lungo scorcio di vuoto.
 Attorno a s c'era Milano, elegante e spaesata. Si contorcevano nelle loro gonne, donne non pi belle, legate ai loro cani incappottati. Mendicanti e marinai si scambiavano ferite, mentre una svampita si rifaceva il trucco nello specchietto graffiato di una Vespa. Un cameriere si lamentava e, tenendo in bocca una sigaretta spenta, cercava il modo di guardare la luna. Vecchi bambini raccattavano pietre e schegge, gareggiando a chi tra loro le scagliasse pi lontano sull'acqua.
 Era quella, infatti, la lunga strada che portava al mare.
 Il giovane di Dacca si lasciava spettinare appena dai suoi rigagnoli luminescenti, che navigavano piano mentre la citt, cercando il sonno, si rigirava nelle sue pieghe d'acqua, scorrendo con lentezza, come se una grossa nave stesse spingendola altrove. Un fondale di sirene e conchiglie, nascoste negli anfratti cavernosi della citt, si lasciava scoprire appena. Tutti gli uomini si lasciavano cullare.
 Quell'arca di cielo piena di braccia colorate, intanto, componeva ormai ogni angolo del firmamento e il giovane di Dacca le sfidava tutte, a una a una, con la sua fanfara imprecisa di foglie di fuoco che dai rami delle sue mani lasciava cadere in alto. Ripensava al vecchio mondo sopra la sua citt, nel pieno del buio, quando carrozze e buoi si sdraiano senza vergogna sui tombini e, di nascosto, gli innamorati fanno dell'amore felice sulle panchine sporche. Pens a tutto questo e poi, sereno, riprese a scagliare le sue girandole, ragionando sulla migliore gittata per il lancio definitivo, che gli avrebbe finalmente staccato il cuore da terra. Ogni tanto, nello sforzo dei nervi, gli si schiudeva una lacrima, che pareva esser d'oro nel riflesso elettrizzato di quei salti. Ma non era che l'umidit di un istante: il giovane di Dacca la sentiva e poi sbatteva la palpebra. In quel chiudersi, per un attimo s'accecava, e poi tornava a tirare senza paura di sbagliare.
 IV. Loro
 Le noctiluche brancicavano ancora sopra le teste dei cartomanti e dei pagliacci di Brera, avviandosi a estinguersi. La macchina centrale, infatti, aveva rallentato da qualche ora le operazioni dell'alternatore, riducendo man mano le varie emissioni di luce. Ultimi semi di noctiluche s'innalzavano dalla pompa, ma procedendo con un ciclo meno frenetico e ad altezze pi modeste. L'alba si annunciava chiara come sempre, e non doveva essere cos distante.
 La sposa bambina, dal canto suo, non aveva mai smesso di guardare e, da quella cabina di solitudine, attendeva solo l'arrivo di altra luce.
 Si pos uno scialle azzurro sui capelli, e lasci una piccola ciocca libera sulla fronte bianca. Ripens a tutte le notti dei suoi giorni, in cui rivide i palazzi di Milano, i loro tagli spigolosi e romantici, e le parabole quadrate, messe l ad ascoltare il niente. Ripens all'odore dei tappeti della sua prima casa, al fumo dei lacrimogeni e alla polizia che urlava. Poi si concentr a fissare la forma dei piedi appoggiati alle tegole di marmo su cui aveva pianto. Guardandoli, li fece avanzare piano finch aspett che sfiorassero, senza paura, il nero della terra dei marciapiedi. E chiuse la porta.
 Le noctiluche avevano sgonfiato quasi del tutto il loro respiro, il tetto di Milano si faceva pi quieto. Il giovane aveva raddrizzato le dita un'ultima volta e si accingeva a sfondare l'aria con un ultimo movimento verticale. Prese energia e vigore, quando l'ultimo raggio di notte attravers Milano e, con un vibrante urto di nocche, si tese con la schiena al punto tale da spiccare un salto. Fu in quello stesso momento che la girandola luminosa inizi a volteggiare come un motore, rendendolo lo spiraglio squinternato di luce pi bello che si fosse visto in citt. Era trascinato verso un'altitudine rosa e frizzante, l dove misure e delimitazioni scompaiono perch si distraggono i dettagli con le sbavature, e le forme si mescolano con i contorni. Fu da quella vertigine fragile, senza paura di cadere, che il ragazzo di Dacca cap di non esser solo e che l'enormit di un'altra scintilla proveniente dal basso lo stava raggiungendo. Nel loro scorgersi, la grande macchia della notte ebbe un ultimo singulto e poi non ci fu nient'altro che una striscia pi chiara, infine limpida. Era arrivato il giorno. E c'era lui. E c'era lei.
 La citt, d'improvviso, si prepar al risveglio. Altrove, invece, qualcuno doveva ancora finire di sognarli.
 

 Eccolo finalmente il cielo di Lombardia, cos bello quand' bello, cos splendido, cos in pace, ecco finalmente i giardini rigogliosi, la gente che passeggia calma per la citt, l'aria fresca e frizzante, i canali pieni d'acqua cristallina. Mi mancavi Milano. Bentornata.
 Gianni Biondillo
 

  Valentina Di Cataldo
 Il cielo della Darsena

 
 Milano 2020.  strano incontrarti cos. E dire che, chiss perch, non ci avevo mai pensato. Eppure era ovvio che prima o poi dovesse capitare. Nemmeno vivessimo a New York o in due continenti separati.  che finora  stato sempre fin troppo semplice lasciare indietro le persone lungo la strada, anche quelle che non avrei voluto perdere, ch tanto ognuno al suo destino e ognuno preso dalle sue preoccupazioni, come cantava il buon Vasco.
 Per questo, forse, mi sembra ancora pi strano incontrarti proprio adesso che sono tornata da cos poco tempo e che ancora sto riallacciando i rapporti con gli amici di una volta e cerco di rifarci l'abitudine, a questa novit che vivo di nuovo qui nel mio vecchio bilocale e tutto  tornato come prima anche se a me sembra che ogni cosa sia diversa. Ma chi pu dirlo.  vero che a Milano si respira un'aria nuova. C' una luce pi chiara che finalmente immerge ogni dettaglio in un alone capace di non escludere le possibilit. Non  detto che le cose succedano, ma non c' pi quel divieto che sentivo una volta, quel blocco implicito che paralizzava le ipotesi ancora prima di pensarle. E infatti eccoti. Inatteso, non cercato. E sei venuto a sederti proprio qui di fronte a me mentre mi sporgo per guardare oltre il vetro.
 Per un secondo mi  venuto spontaneo salutarti, ma poi ho notato il bambino che si  arrampicato sul sedile di fianco al tuo. Avr s e no tre anni e non ne vuol sapere di rimanere con la schiena appoggiata e i piedi a martello che a momenti non arrivano oltre il bordo di plastica. Non so perch mi sono bloccata. Non c' una ragione precisa. Mi  solo parso inopportuno distoglierti dal tuo impegno. Ho preferito trincerarmi dietro gli occhiali da sole. Del resto neanche tu mi hai salutato. Ti giri intorno per non dovermi vedere, o forse davvero non mi hai riconosciuto. Sar il nuovo taglio di capelli che mi cambia i lineamenti, o l'aria da turista che ancora non ha smesso di venirmi ogni volta che prendo la barca per andare da Crocetta a San Gottardo.  incredibile, questa cosa dei Navigli. Vivo qui da sei mesi e ancora non mi ci abituo. Sinceramente non speravo che ce l'avrebbero mai fatta, a realizzare davvero il progetto. E invece. Pensare che fino a qualche anno fa, al posto di questo barcone basso e lento avremmo preso la 94.
 Ma s. In fondo non saprei neanche bene cosa dirti e come stai lo vedo gi dagli effetti. Stai bene col completo. Anche coi baffi. Ti danno un'aria pi matura. Tuo figlio si agita guardandosi intorno. Mio malgrado mi viene da sorridere. Mi sento in sintonia con la sua meraviglia. Milano mi sembra cos cambiata che fatico a riconoscerne i luoghi. In questa nuova sistemazione urbanistica ho perso i vecchi punti di riferimento. Gli edifici mi affiorano davanti come singoli oggetti ripristinati di senso nel tessuto urbano. Ne riconosco alcuni. La Sormani, la Statale, la mia universit di una volta sempre piena di gente che discuteva di massimi sistemi e non sapeva sommare cinque a venti. Venticinque anni per te erano fin troppi per decidersi a mettere i piedi nel mondo, lo dicevi sempre. Pu darsi che avessi ragione, adesso che ci ripenso. Ma non ho mai saputo fare nient'altro che attaccarmi ai sogni. Passiamo per via Santa Sofia. L'inizio di via San Calimero, col portoncino del liceo artistico attraverso cui sbirciavamo ogni volta che per sbaglio lo trovavamo socchiuso, perch il cortile interno era un angolo nascosto di silenzio e colori, un tesoro fatto di edera e colonne antiche da cui si intravedeva un rettangolo di cielo libero, non contaminato dalla sagoma dei palazzi. Era prezioso, il silenzio a Milano. Anche il cielo. In corso Italia adesso c' un ponte pedonale sospeso. Passiamo sotto e procediamo verso il parco delle Basiliche. Da quanti anni non ci vediamo? Sette? Otto? Ormai dovresti andare per i trentacinque, se non sbaglio a calcolare. E hai un figlio. Chiss se sei sposato. Come si chiama tua moglie. Che lavoro fai. So che non dovrei guardarvi come un'estranea che sbircia vite altrui, ma non riesco a trattenermi. Averti qui davanti non mi lascia alternative. Scivolo nel passato accompagnata dal ritmo basso del motore. Mi torna in mente quando corso San Gottardo era ancora aperto al traffico e ci passava il tram e anche le ambulanze e le moto. Quanto ti spaventavano le ambulanze in piena notte. Dicevi che il giorno in cui avessi comprato casa, l'avresti presa in una via tranquilla, un posto dove di notte si pu dormire sereni senza svegliarsi ogni due ore. In quel periodo avevi appena trovato un lavoro, dicevi che era solo un inizio ma le tue priorit erano gi fin troppo chiare. Io mi ero trasferita da poco, avevo voluto tornare nella zona dove sono cresciuta, perch poi con i miei ci eravamo spostati in periferia e a me mancavano le luci e i ristoranti, anche solo per guardarli di sfuggita quando rientri la sera. E poi c'erano i pittori delle corti interne, certo. Quelli mi affascinavano, soprattutto la domenica mattina. Io all'epoca un lavoro non ce l'avevo. Leggevo manuali di yoga e saggi di filosofia teoretica e intanto confezionavo muffin e cuocevo marmellate in quel vecchio pentolino che avevamo trovato in soffitta e chiss perch mi sembrava un oggetto importante. Aveva il fascino di altri tempi, sostenevo. Tu dicevi che mi era venuta la mania. Quest'ansia del biologico e del pane fatto in casa. Tutto l'armamentario della nuova ecologista, mi sfottevi. Tu a queste mode non ci hai mai creduto. Hai sempre avuto troppo senso pratico, o almeno  quello che sostenevi. L'ho capito col tempo, che in queste cose non c'entra il senso pratico.  solo questione di fantasia. Nemmeno alle biciclette, ci credevi, figuriamoci a quelle che raccontano storie mentre pedali. Chiss se una mattina, una di quelle domeniche in cui ti svegliavi nel mio letto e aspettavi che mi mettessi a dirti dei miei sogni appena finiti, chiss se te ne avessi parlato allora, delle bici parlanti, che cosa mi avresti risposto. Probabilmente avresti pensato che ero pazza, o che perdevo tempo. Ti sembravano assurdit, le mie. Frammenti di illusioni adatte a una come me per tenersi su di morale. Ti facevano ridere. Per te era tutto uguale. Non ti rassegnavi al fatto che non provassi a trovarmi un percorso normale punto e basta, come tutte le persone adulte. Un lavoro, un impegno, una prospettiva lineare, invece di andarmene in giro a piedi e sperare in un passaggio tuo o di qualcuno dei tuoi amici in motorino, oppure arrivare in ritardo piuttosto che salire sul tram per due fermate. Non mi bastava, no. Non era quello il punto. Tu uscivi sempre in macchina e poi giravi un'ora alla ricerca di un parcheggio, ti lamentavi perch Milano  invivibile, ti innervosivi perch secondo te nessuno risolveva mai i problemi e alla fine la mollavi sul marciapiede di Papiniano, in bilico tra una pozzanghera e il nodo di una radice. Io cercavo di convincerti che non faceva niente, che non dovevi per forza riaccompagnarmi ogni volta e che potevo benissimo tornare anche da sola. Ma tu questa cosa del camminare mica l'hai mai capita sul serio, secondo me. Erano gi tutte l le nostre differenze. In queste cose piccole.
 Be', che dire. Non sto male. Di cose ne ho fatte, s. Anche i progetti che sognavo, in qualche modo, li sto realizzando. E no, non ho nessuno. E niente figli per il momento.
 Ho vissuto a Berlino per un po'. Avevo bisogno di allontanarmi, ti ricordi? Negli ultimi mesi te lo ripetevo almeno due o tre volte al giorno e tu continuavi a non capire. Dicevi che ero noiosa e che vivevo di luoghi comuni. Dicevi che per stare insieme dovevamo restare insieme. Nello stesso posto, mi spiegavi. Forse intuivi quanto facile sarebbe stato sparire l'uno per l'altra una volta che avessimo allentato il guinzaglio. E siccome io insistevo, a volte tentavi di mediare. "Basta che non te ne vai troppo lontano, se no quando torni mi sa che non mi trovi". Mi rispondevi cos e io pensavo che lontano  lontano punto e basta, non  che ci sia un metro per misurare le gradazioni. Poi mi ritrovavo a dirmi che non poteva essere tutto qui e che le cose cos come stavano andando a me proprio non bastavano.
 C' stato un momento in cui mi  sembrato che in fondo avessi ragione tu. Sar stato dopo due o tre mesi che avevamo smesso di vederci. Avevo la tua voce nelle orecchie. Ormai siamo adulti. Non c' pi tempo per i progetti senza motivo. Le basi solide, intendevi, quando parlavi di motivo. Denaro, business plan, possibilit di gratificazione. Tutto quello che mi ostinavo a non voler considerare. Cos alla fine, sono partita sul serio, dopo tutte le volte che te l'avevo detto a vuoto. Eccoti accontentato, ho pensato. Mi sono trovata un lavoro qualsiasi in un ostello di Kreuzberg e ho disdetto l'affitto di Milano. Ero arrabbiata. Con te, con me stessa, con il mondo, ma soprattutto con i luoghi prosciugati di questa citt che non riusciva a trasmettermi pi niente. Ce l'avevo con le strade, i quartieri, i posti che da sempre sono stati anche i miei, dal momento che  qui che da sempre ho vissuto anche se per anni sono rimasta convinta di non essere adatta perch i miei nonni erano gente delle isole e in fondo  vero che nel DNA mi trasporto tutto un mondo di streghe e tradizioni, di legami che per sopravvivere mi sembravano solo inutili e ingombranti. Colpa delle radici, dicevo. E invece poi ho capito che non  quello.  solo che Milano  una citt a doppia faccia. Per amarla ogni tanto ci devi anche litigare pesante. Se no non funziona.
 A dire il vero all'inizio credevo che sarei rimasta all'estero. Sono tornata solo perch la Nina ha insistito. A un certo punto, sette mesi fa, mi ha mandato un messaggio. "Sentiamoci su skype appena puoi. Devo darti notizie dalla Vecchia Balorda". La Nina con Milano c'ha un rapporto quasi fisico, per questo pu permettersi certi nomignoli. Quando ho aperto la conversazione, quella sera, Dimmi, Nina, cosa c', le ho chiesto. Ce l'abbiamo, ha fatto lei. Poi, visto che non capivo, mi ha chiarito il concetto. Ci danno lo spazio. Ce l'abbiamo fatta. Abbiamo vinto il concorso. Dai, schiodati dal Paese dei mangiakrauti che partiamo col progetto.  sempre stata una tosta, la Nina. Non so come ci sia riuscita, ma in fondo lo sapevo che ce l'avrebbe fatta. E poi ne parlavamo da anni, ormai. Era tempo che nascesse anche a Milano una Casa delle parole. E cos a quanto pare alla fine stiamo costruendo il nostro piccolo frammento di mondo per come ci sembra che debba andare. Abbiamo preso in gestione uno spazio bellissimo in fondo a via Serio, una parte di un capannone dismesso dove c'erano i binari di Porta Romana. Ancora non  finito, stiamo finendo i lavori di ristrutturazione, per tra qualche settimana dovremmo essere pronte a inaugurare. Giusto in tempo per l'estate. Non so dirti bene come mi sento.  successo cos in fretta che nemmeno mi sembra vero, questo sogno che si realizza proprio adesso, quando quasi avevo smesso di crederci, dopo che cos a lungo  rimasto una specie di ipotesi irreale. Meno male che siamo tutte insieme. Ci siamo buttate nel progetto con tutte le nostre storie, le nostre passioni, le nostre esperienze. Condividiamo le cose che abbiamo imparato a fare in tutti questi anni. Lauretta dal palco del Cicco, Irene tra un concerto e un dj set, la Nina col suo designer. Pu darsi che in fondo non sia niente pi che una nicchia, questa in cui ci siamo affossate. Me lo ripetevi ogni volta che mi sorprendevi a fantasticare. Non lo so. Me lo chiedo spesso. Per non mi sento per niente rinchiusa in una tana. C' un mucchio di roba da organizzare. Gli eventi, i turni, i corsi. Capire come fare a tenerlo sempre aperto. Vogliamo che stia aperto il pi possibile, a disposizione di chi vuole entrarci. Vogliamo renderlo un posto importante, uno di quei punti catalizzatori dove succede sempre qualcosa di interessante e cos anche se non sai cosa ci sia di preciso, un salto finisce che ce lo fai lo stesso, giusto per dare un'occhiata. Un posto dove le persone si possano incontrare per fare delle cose insieme. Stiamo raccogliendo le proposte. Abbiamo gi in programma corsi di scrittura e musica, dibattiti, spettacoli. Un amico di Irene ci ha gi chiesto se pu tenere un ciclo di seminari su come ripensare il rapporto con la citt. Sembra interessante, soprattutto adesso che tutto sta cambiando. Chiss se i milanesi si sono accorti delle novit.
 Milano  diversa, da quando sono rientrata. La Nina dice che non  vero, che sono io che sono cambiata, che qui  sempre come al solito e che mi sembra pi bello solo perch mancavo da un po'. Datti tempo tre mesi e vedi che ci rifai l'abitudine. Ma se ci sono tre parchi nuovi e orti sospesi dappertutto. Altro che uguale a prima, dai retta a me che ho visto come  fuori. La Nina ride. Dice che sembro una di quelle vecchiette che erano emigrate all'inizio del secolo e poi una volta tornate a casa facevano il resoconto come se fossero donne del gran mondo. Guarda che nel frattempo hanno inventato i voli low cost. Un po' di posti li ho girati anch'io, sai. Mica puoi venire a tirarmi in mezzo come ti pare. Sul serio, Nina. C' un'aria diversa. Non senti l'odore? L'odore di Milano fino a qualche anno fa, quando andavi via in vacanza per un paio di settimane, poi quando tornavi era una cosa che ti prendeva dietro le narici, te lo ricordi? Sapore di polvere e smog fin gi in gola. Roba che i primi giorni ti soffiavi il naso e ti restava il fazzoletto nero, finch non ti si riabituavano anche i polmoni. Possibile che ti sei dimenticata com'era? La Nina non risponde, per sorride. Che schifo, fa. Forse non si  dimenticata. E poi lo vedi il cielo?
 Eh. Cos'ha il cielo?
 Lo vedi?
 S. Cos'ha di strano?
  azzurro.
 O forse davvero  questione di prospettiva. Del resto ho sempre pensato che sia lo sguardo di chi guarda, la prima molla per cambiare anche la realt. Da quando sono tornata le cose girano un po' meglio. Le persone si incrociano, condividono speranze ed esperienze. Vita. Sono rientrata nel mio bilocale di una volta. Ho provato a fare il numero della padrona di casa. Chiss se c' ancora, ho pensato. E invece era sfitto. Ci ha abitato uno studente della NABA per due anni. Poi per se n' andato. Ho ripreso i miei scatoloni e li ho aperti tutti insieme nel centro della stanza. Un po' di cose le ho buttate via. Ho smesso di riempire i pensili di piatti storti e vasi senza tappo. Berlino mi ha formato un'idea diversa su quello che davvero serve per vivere. E cos alla fine vedi che era giusto che seguissi i miei dmoni? Altrimenti non sarei mai arrivata dove sono. No, non mi sono arricchita, ma non  per i soldi che lo faccio. Non  mai stato per quello, lo sai. Casomai per la vita. Perch volevo fare a modo mio, ti ricordi?
 Nell'ultimo tratto su via Sambuco andiamo un po' pi spediti. Un giorno capir anche questa cosa delle correnti. Il designer della Nina ha provato a spiegarmelo l'altra sera, ma sembrava complicato. Comunque se non ho capito male,  tutto un sistema comunicante. Le chiuse influenzano la velocit del tragitto.
 Tuo figlio si volta a guardarmi. Gli sorrido e in un gesto piccolo, furtivo, rubato alla tua distrazione, agito le dita della mano destra vicino alla mia guancia, giusto all'altezza della tempia. Anche tu mi lanci un'occhiata di sfuggita. Il mio gesto sfuma e ne approfitto per sistemarmi i capelli dietro l'orecchio. Stanno gi ricrescendo. Ricrescono sempre cos in fretta, i capelli.
 La barca attracca in Darsena. Capolinea. Scendo. In XXIV Maggio, l'insegna del mercato comunale  ancora al suo posto. Ha un tocco anacronistico, da fin de sicle, nella piazza pedonale. Sembra una stampa di Parigi che mia nonna aveva appesa in salotto. Quasi mi aspetterei di veder passare un tram a cavalli. Sono contenta che non l'abbiano demolito. Mi ricorda un sacco di cose. Ci venivo sempre a far la spesa con mia madre. Il salumiere mi accoglieva con un dado di prosciutto cotto. Era il suo modo di riuscirmi simpatico. Quando sono tornata ad abitare in zona ci sono entrata ancora una volta con te, ti ricordi? Con la scusa della spesa, ma pi che altro ero curiosa. Credevo fosse tutto stravolto. Invece dietro il bancone c'era ancora lui. Non ha detto una parola, ma ha tagliato un dado di cotto. I vizi bisogna mantenerli, ha detto. Ormai sar andato in pensione.
 Faccio due passi nell'aria tiepida di questo pomeriggio. Da quando si vede il cielo a Milano  pi piacevole anche la primavera.  tutto rilassato, vibrante di energia, qui dove una volta c'era un parcheggio e il ritrovo dei punkabbestia e dove da qualche tempo al sabato  tornata anche la Fiera di Sinigaglia coi suoi colori e le voci, gli odori, i teli colorati in stile indiano, le cianfrusaglie dei robivecchi. Carabattole, ferramenta, perline di vetro. Da un po' di tempo  tornato anche il mio amico che vende i dischi usati. Dice che adesso s che di nuovo si respira l'atmosfera giusta. Quella di un tempo, dice. Di quando eravamo giovani noi. E fa un gesto come per intendere secoli fa. Io non lo so quanti anni ha di preciso, il mio amico dei dischi. Non sembra cos vecchio, per da quando mi ricordo la bancarella in fiera l'ha sempre avuta. Un giorno glielo chiedo, a che et ha cominciato.
 L'altro sabato sono venuta anch'io a fare un giro come quando avevo sedici anni. Ho trovato una bancarella delle Nuove officine artigiane milanesi. Un altro bel progetto che il comune sta sostenendo. Mi sono fermata a osservare i lavori di una ragazza che costruisce libri.
 Li faccio io, mi ha spiegato. Sono in carta usata reimpastata. Sembrava orgogliosa. Sai, non  tanto per il prodotto, quanto per il processo che ci sta dietro.
 Lo vedi a cosa serve una laurea in filosofia, l'ha presa in giro il suo socio dalla seggiolina di fianco. Per non ha affatto torto. Il concetto non  male. Ho preso il contatto. Non si sa mai. Chiss che non nasca qualche progetto condiviso.
 Oggi la fiera non c',  mercoled. Per la Darsena  piena di persone che passeggiano. Mi appoggio alla balaustra di legno e guardo l'acqua che scorre lenta. Nello specchio piatto si vede il cielo.  di un colore pieno da primavera acerba, cos intenso da sembrarmi quasi fuori posto. Troppa grazia, un cielo cos a Milano. Ancora fatico a farci l'abitudine.
 Due ragazzini mi sfrecciano accanto in bicicletta. Magari l'avessi avuto quando avevo la loro et, un cielo di questo colore. Altro che quei pomeriggi passati dietro il vetro della sala, a contemplare distese uniformi di nuvole verdastre, o quei giorni di afa estiva in cui sembrava di vivere nel latte sporco o in una soluzione vinilica. Ce ne stavamo seduti sulle panchine graffiate ai margini di aiuole tristi e accerchiate, ultimo spazio lasciato libero per figli e per cani, dove comunque in qualsiasi punto ci fermassimo, potevamo ancora sentire il rumore delle macchine al semaforo.  inutile, un parchetto col traffico intorno. Sgretola l'incantesimo. Ti fa sentire in gabbia, anche se hai solo otto anni, o dodici, o sedici. Mi viene un po' di tristezza, a pensare a cosa mi sono persa e a quanto ho dovuto affannarmi per cercare di difendere lo spazio libero dei miei confini dal brusio ininterrotto. Se guardo indietro, mi dico che ho avuto un'infanzia accerchiata. Niente di grave. Soltanto un piccolo rimpianto, ecco tutto.
 Guardo gi. Sotto di me, una famiglia di papere attraversa il Naviglio in formazione. Vanno in diagonale, verso l'angolo sinistro del mio campo visivo. Le seguo nella loro pozza scura che si fa pi azzurra verso il centro e poi densa, quasi metallica man mano che il sole vi scintilla dentro. Mi portano lontano, le papere, lungo il ricordo di gite in Martesana e di feste con l'Orchestra di via Padova. Le seguo fino quasi all'altra sponda. Quando sono arrivate abbastanza in l, la loro traiettoria si congiunge con un'altra linea obliqua. In mezzo a tutto questo celeste vedo un grappolo di bolle colorate che affiorano dall'acqua risalendo la corrente. Sono come tanti palloncini disegnati sulla superficie, ma pi evanescenti. Vengono verso di me. Per un attimo mi sembrano ombre. Un gioco della luce. Rimango spaesata. Poi capisco. Alzo lo sguardo e lo vedo in piedi sull'altra riva.  l'Uomo delle bolle giganti. Il vero motivo per cui sono qui. Un gruppetto di bambini e genitori gli fa da anello intorno, a distanza di tre o quattro passi. Sono sicura che prima di cominciare ha disegnato per terra il suo cerchio magico. Lo fa tutte le volte. Ultimamente lo vedo spesso, qui in zona. Arriva a met mattinata o nel primo pomeriggio e prima di cominciare si prepara con cura. Disegna il suo cerchio e dispone gli strumenti. Acqua e sapone. Il catino grande davanti ai piedi, quello pi piccolo sul lato destro. Mi piace perch a parte il naso rosso non  mai troppo truccato. Ha sempre un sacco di pubblico. Oggi in particolar modo, mi pare. Abbassa le braccia ritmicamente, con calma, immerge la corda e congiunge gli estremi, poi la solleva piano, perfettamente curva. Soffia nel cerchio e la bolla si forma per magia, oscilla un po', rimane impigliata fino a prendere la sua dimensione. Rimango col fiato sospeso. Adesso si rompe, penso, e mi ritrovo a sperare di no a mani strette, con le dita intrecciate e i palmi schiacciati uno contro l'altro, con la stessa intensit di quando al liceo mi affidavo a un desiderio. La bolla vacilla, in alto sulla corda. L'uomo soffia ancora una volta, si guarda intorno, controlla che tutti siano attenti tra il suo pubblico. Da questa distanza non sono sicura, ma per un attimo mi sembra che si giri a guardare anche nella mia direzione. Chiss se  proprio a me che sta sorridendo.  una frazione di secondo. L'uomo riprende a guardare la corda tra le mani e scrolla le braccia. La bolla si stacca e comincia a fluttuare nell'aria seguita dai nasi degli spettatori. Anche l'uomo rimane a seguirla per un attimo mentre vola verso l'alto. Ha abbassato le braccia e rivolto lo sguardo al cielo. Uno, due, tre respiri, poi si china e torna a immergere la corda nel catino.
 Rituffo lo sguardo nell'acqua. Le papere si sono fermate sulla riva. Che buffa questa cosa delle bolle. Sembra un quadro surrealista. Dovrei andare, lo so.  gi tardi e ho un mucchio di cose da fare. Ma no, ancora un attimo. Oggi me la prendo con calma. Resto qui appoggiata sui gomiti a godermi Milano.
 

 Milano cambia respiro, si adegua ai propri sogni e alle proprie ambizioni, soffia sulla cappa, si scuote di dosso l'indolenza di fronte ai propri mali e riprova l'arte sua, nei secoli una luce.
 Bruno Villavecchia
 

  Antonella Lena
 Sakura

 
 Esce dal vivaio stracarico di sacchetti. Bulbi, sementi, concime, fertilizzanti.  marzo inoltrato ormai. Deve piantare le ortensie, le viole, il caprifoglio, le rose. E poi le piante aromatiche. Sistema i sacchetti nel cestino e nelle borse assicurate ai fianchi della bici e si avvia verso la villa. Nuvole nere si addensano verso sud e minaccia di piovere. Si deve sbrigare. Negli ultimi giorni i temporali si sono susseguiti in modo imprevedibile e, se non approfitta della temporanea schiarita, rischia di arrivare bagnato fradicio. Fa il giardiniere a Villa Belgioioso, un lavoro prestigioso che, dopo le forti resistenze iniziali,  diventata la sua vita. Era il cosiddetto 'ragazzo difficile'; poca voglia di studiare, pessime compagnie, ritmo rapido e piglio curioso. Poi, su consiglio dello zio, ha frequentato un corso regionale per giardinieri professionisti. Da qualche anno Milano si  trasformata in una vera citt giardino e non gli sarebbe stato difficile trovare lavoro. Cos, nonostante fosse l'ultimo dei suoi pensieri, si  appassionato; ha seguito corsi specializzati di fisiologia vegetale, prevenzione e cura delle malattie delle piante e perfino progettazione di giardini zen e ora, a trentun anni,  capo giardiniere a Villa Reale!  veloce, sveglio, impetuoso, lo  sempre stato, non si guarda indietro, coglie al volo le occasioni che gli capitano senza pensarci troppo.
 Lega la bicicletta vicino al cancello d'ingresso; non la mette al riparo, se piove pazienza e si affretta a sistemare le varie cose nel magazzino coperto vicino al laghetto. Il cielo si sta rischiarando, le nuvole ora hanno sfumature rosa e si accavallano leggere. Dispone tutti i bulbi da una parte e i sacchi di concime e fertilizzanti dall'altra, indossa la tuta e, presi gli attrezzi del mestiere, si dirige verso il grande prato ombreggiato dagli alberi secolari. Anche se ormai sono anni che lavora l, in tutte le stagioni, in qualsiasi condizione atmosferica, ogni volta che intravede il tempietto circolare e si addentra in mezzo al boschetto gli manca il respiro. Soprattutto in primavera quando le camelie japoniche protendono le belle foglie verde lucido, i ciliegi ornamentali esplodono in una scenografica fioritura e dalla maestosa chioma degli ippocastani spuntano delicati fiori rosati. Deve rinvasare i rododendri, concimare le ortensie, controllare che non ci siano parassiti, estirpare le erbacce. Ne avr fino a sera. Il cielo  quasi completamente sereno adesso e la temperatura  salita. Le lunghe gambe dinoccolate lo intralciano quando si piega, ha caldo, suda e si pente di aver indossato la tuta, ma vuole finire il lavoro.  venerd, sono gi le quattro e non si  neanche accorto di non aver pranzato. Lavora tutto il giorno, fino alle sette, poi riporta gli attrezzi in magazzino e si dirige verso i cancelli di uscita. Non vede l'ora di tornare a casa e farsi una doccia. Ma, quando sta per uscire, nota un gruppo di persone davanti alla Galleria d'arte moderna e si chiede cosa stiano facendo. Poi si ricorda dei concerti pomeridiani. Il suo sguardo  colpito da una ragazza. Caschetto di capelli neri lucidi, intensi occhi scuri a mandorla, fisico snello e scattante fasciato in un paio di pantaloni rossi, scarpe da ginnastica. Tutta intenta a parlare con l'amica, continua a camminare verso l'uscita.
 "No, non l'avevo mai sentita suonare. Anche lei  di Tokio e vive a Milano da un paio d'anni, ho letto. Suona il violino da quando aveva sei anni".
 "S, fantastica e il pezzo era molto complesso. Brava, molto brava" ribatte l'altra.
 Mentre sta per varcare il cancello lui le taglia la strada con la bici. I loro sguardi si incrociano.
 Il cielo si  coperto all'improvviso, solcato da pesanti nuvole nere. Cadono le prime gocce.
 Torna a casa grondante e con uno strano languore: non sa se  la fame o quell'incontro fugace. La fame comunque c'. Dopo una lunga doccia, riprende la bici e va al solito sushi bar di via Vigevano. C' gente nel locale. Un gran chiacchiericcio. Mentre si guarda intorno per cercare un posto, sente una voce nota e, quando volta il capo, vede il suo insegnante di fisiologia vegetale seduto al 'suo' tavolo. Di fronte a lui la ragazza col caschetto nero.
 "Che piacere rivederla" dice all'uomo, ma in realt rivolto a lei. "Sa che lavoro alla Villa Reale adesso? Merito suo!"
 L'altro si schermisce e la conversazione tra i due procede gioiosa, mentre la ragazza continua a fissarlo di sottecchi.
 Quando escono dal locale, l'insegnante li saluta frettolosamente. Si  fatto tardi, dice.
 Restano soli. I loro sguardi s'incrociano di nuovo.
 "Ma come lo conosci?" le chiede.
 In un italiano quasi perfetto, lei gli racconta di essersi trasferita da Tokio cinque anni prima per l'Expo, dove ha tenuto una serie di conferenze sulla tecnologia sostenibile e sulla biodiversit. Il giardino zen della sua casa natale  uno dei pi antichi del paese. Si  innamorata subito di Milano e... non solo della citt. Ma la storia  durata solo un anno. Fa la ricercatrice nei laboratori di biotecnologia vegetale dell'universit Bicocca diretti dal suo insegnante. "Abito l vicino, sai? Insieme a un'amica di Tokio. E tu di che cosa ti occupi?" "Sono capo giardiniere" le risponde, notando che ha subito acquisito gli usi milanesi. "Passo la giornata con i piedi per terra e la testa per aria, come si dice. E tra i tanti corsi che ho seguito, ne ho fatto anche uno sul giardino zen, altra curiosa coincidenza, no? Verrai ad altri concerti?" "No, era l'ultimo". "Be', allora potrei venire io dalle tue parti. Domani  sabato, ho la giornata libera. Hai la bici? Magari facciamo un giro l da te..." la incalza lui irruente.
 "Ma... non so. A che ora? S, ho una bicicletta, ma  un po' che non la uso. Se non sono nella mia zona, vado sempre in macchina".
 Alla fine si accordano per vedersi davanti al teatro Arcimboldi alle tre. La ragazza mette una mano in tasca e, azionato il motore, sale sulla sua Yaris ibrida. Poi sfiora un sensore, i fari si accendono automaticamente e lei si allontana silenziosa. Il saluto  quasi distaccato.
 Una lunga pista ciclabile, che parte dai Navigli, attraversa tutta la citt. Lui la percorre veloce col suo tipico piglio scattante, accelerato dall'ansia di vederla. Il cielo  terso e il sole invade i vialetti, accendendo di note di diverso colore le fioriture primaverili. Fa abbastanza caldo, una ventina di gradi. Arriva agli Arcimboldi un quarto d'ora prima e si siede a bere un caff in uno dei tanti baretti che costellano la zona. Ma non riesce a stare fermo. Si alza e si mette a passeggiare nel grande piazzale davanti al teatro. Finalmente la vede.
 I lucenti capelli ondeggiano mentre pedala e la pelle del viso sembra trasparente come il vetro nella luce pomeridiana. Gli sorride. "Ti piacerebbe andare alla collina dei ciliegi?" gli chiede. " qui vicino. Ci metteremo pochi minuti con la bicicletta".
 Si avviano.
 Pedalano affiancati fino alla base della collina; poi s'incamminano a piedi lungo i vialetti. Avvolti dalla spettacolare fioritura dei ciliegi, le loro mani si cercano e s'intrecciano spontaneamente. La nuvola di fiori bianchi sfumati di rosa pallido sembra trascinarli via, in uno spazio etereo, e loro si appoggiano leggeri uno all'altra.
 Lei gli racconta della festa che si tiene ogni anno in Giappone per ammirare la spettacolare fioritura dei ciliegi, simbolo della fragilit della vita ma anche della rinascita, dei picnic che faceva a Tokio con i genitori e di quanto le manchi la sua terra.  felice di aver ritrovato quell'atmosfera in questo posto.
 Parla a ruota libera, un misto di gioiosa vitalit e di nostalgica tristezza. Lui ne  affascinato.
 Il cielo  di nuovo plumbeo. Compatte nuvole nere si addensano sulla collina e spengono i bagliori rosati dei fiori di ciliegio. La temperatura si  notevolmente abbassata.
 Tornano verso gli Arcimboldi e si fermano a prendere un aperitivo in un bar della piazza. Seduti al tavolo, lui la sfiora continuamente, le sue lunghe gambe la cercano, i vivaci occhi neri sono fissi in quelli di lei. Lo sguardo di Eriko  attento, assorto.
 Scende una leggera pioggerellina e, quando escono, il piazzale  avvolto in una sottile nuvola di vapore.
 Si guardano, si avvicinano. I capelli di lei risplendono nel cielo grigio. Lui glieli scosta dalla fronte. Il bacio  lungo, intimo, delicato.
 Poi si lasciano. La promessa  di vedersi l'indomani.
 Lui torna a casa di nuovo grondante, trascinato da uno slancio di euforia che dimezza le distanze e, appena scende dalla bicicletta, la chiama.
 Nessuna risposta.
 La richiama. Una volta, due, dieci, venti volte. Va avanti cos tutta la sera e la notte e la mattina dopo. Nessuna risposta.
 Il suo cellulare non pu essere scarico. La batteria si ricarica automaticamente con la voce o anche con i rumori e il telefono non  spento. Semplicemente non risponde.
 Nonostante la notte insonne, si sente frenetico, irrequieto, non pu stare fermo.
 Col suo solito piglio, inforca subito la bici e si avvia verso la Bicocca. Deve sapere.
 Suona alla porta dell'appartamento che lei gli ha mostrato il giorno prima. L'amica ha tratti molto simili ai suoi, ma un atteggiamento scostante, sfuggente, quasi ostile. Le chiede di Eriko.
 " molto legata alla sua terra, alle usanze del suo paese, sai" divaga lei. "Non ti ha raccontato della festa di Hanami? Mi ha detto che avete visto i ciliegi in fiore ieri.  una tradizione molto radicata nella nostra cultura..."
 "S, s, ma... dov'?"
 "La fioritura ha una simbologia complessa, te ne avr parlato, no? Ci tiene molto. Pu significare..."
 "Dov'? Dov' lei?" insiste impaziente. "Voglio vederla!"
 "Dura solo qualche giorno e la bellezza effimera dei fiori ci ricorda..."
 "Basta!" grida. "Ora basta! Dimmi dov' Eriko!"
 Senza il minimo accenno di alterazione, la ragazza lo accompagna nella sua camera.
 Lui si precipita dentro. La stanza  deserta. Le ante dell'armadio sono aperte. Poi si guarda intorno e sul tavolino nota una lettera.
 So che non capirai. Ho passato bellissimi momenti con te, bellissimi e fragili, come i fiori del ciliegio. Per me i Sakura sono sacri. Pratico meditazione zen da quando ero una bambina, lo facevo nel mio giardino di Tokio. Per me  essenziale il momento, la pienezza dell'attimo, la profondit dell'esperienza. Sono felice di aver vissuto tutto questo con te.
 

 Un gruppo di persone, tante, milanesi si mettono a immaginare come potrebbe essere Milano tra qualche anno. E lo scrivono. Ci sono grattacieli, alberi, mezzi di trasporto nuovi, nonni e nipoti e relazioni rilassate tra le persone, orizzonti aperti. C' molto spazio in cui respirare meglio. Cos il futuro comincia ad apparire tra le righe come uno spazio largo, che ha posto per tutti. Nel futuro, per parlarne con il linguaggio del passato, si trova sempre parcheggio.
 Massimo Cirri
 


 Grazia Lodigiani

 Fermata tre torri 


 Scendo dal treno tirando il piccolo trolley che cade con un tonfo sul pavimento grigio, una striscia opaca che corre sulla banchina: alzo gli occhi e mi ritrovo sotto queste vetrate che sembrano pi bianche, pi luminose, pi alte.

 Il tempo di lasciar scorrere lo sguardo dalle volte alle mattonelle e gi sento montare l'irritazione di chi, dietro di me, deve ancora scendere. Qualcuno dice qualcosa con un forte accento romanesco - poi arriva un pirla pronunciato forte ancora pi dietro. Mi faccio da parte, oltre la striscia gialla, il mind the gap della Stazione Centrale di Milano.
 Sento che sta per arrivare la nausea, un gusto acido e cattivo in fondo alla gola, gli occhiali non a fuoco: mi dico che ai treni ad alta velocit non sono abituata, mi dico che  il ricordo del primo, preso per andarmene da qui verso Roma, verso strade in discesa, aria chiara, verdura gi tagliata sui banchi del mercato, persone lente sui marciapiedi.
 Mi era sembrato di mettere chiss quanti chilometri tra me e Milano e invece eccomi qui, undici anni dopo - il tempo di controllare la posta, di leggere le notizie del giorno, di chiamare tre volte la babysitter e sono gi arrivata.
 C' il mio nuovo dispositivo da polso che vibra: un messaggio di mio marito, digito "S, sono arrivata", e intanto penso che vorrei risalire su questo treno ora che tutti se ne sono andati, sciamando e migrando e lasciandomi qui, su questa striscia gialla.
 Ma poi faccio qualche passo e la pavimentazione tiene, tiro il trolley e vado avanti, vado verso quella che dovrebbe essere l'uscita e che invece sembra non esserlo - e finisco cos in un centro commerciale, attraverso anche una libreria e alla fine riesco a uscire, o forse no, il cielo ancora non si vede. E sono dispiaciuta di questo attraversamento, di questo passaggio sotterraneo senza scale: ricordo bene l'immagine di me seduta su una panchina di pietra, un monolito affacciato su una scalinata ampia, ripida, splendida - volevo rivederla, quell'immagine di me seduta con lui su una panchina dura come la pietra di cui  fatta.
 Penso ancora di tornare indietro, ora che la nausea  passata, ma indietro dove non lo so: e poi sono gi in fila tra la gente che aspetta il taxi e ci resto, ancora un po' provata da quel pavimento che ho visto cambiare sotto i miei passi, grigio opaco e bianco lucido e a mosaico, e dalle luci dei negozi e dal fatto che ho intravisto una farmacia delle dimensioni di un'Esselunga media - come quella di via Losanna, pi o meno.
 Se devo aspettare ancora un po' cambier di nuovo idea, mi verr in mente che i miei capelli non sono lucidi, che ho anche due macchie sulla mano sinistra, e rifar il percorso sotto le luci dei negozi, mosaico, marmo lucido, pietra opaca - e cercher di risalire su un treno, uno qualsiasi, pur di non restare qui.
 E invece mi sposto veloce lungo la fila, i taxi sono ancora bianchi ma nuovi, puliti, silenziosi: dai finestrini si vedono plance digitali, schermi colorati, impressioni di sicurezza e di alta tecnologia. Hanno portiere che si aprono con un leggero sbuffo, sembrano anche profumati, senza emissioni invadenti. Ecco, non tutti i taxi: quello che viene verso di me, ora,  una Lancia Phedra dai difficili trascorsi.
 Sento il dispositivo vibrare ancora al mio polso, una vibrazione lunga, dev'essere una chiamata: armeggio per rispondere, il trolley si stacca dalla mia mano e finisce in quella di un uomo sui settant'anni, un uomo con un gilet di maglia scura su un corpo alto e magro, pochi capelli, orecchie a sventola, gli occhi tenuti bassi. Il tassista della Phedra  un uomo elegante.
 "Pronto" dico al mio polso, pensando che il tassista assomiglia a mio zio Pino, solo che ha meno capelli. Anche mio zio Pino aveva una Phedra. Salgo.
 "S sono arrivata, te l'ho scritto. No, sono ancora in stazione, vado dopo in albergo. Adesso vedo, comunque sono gi sul taxi. S, ora la chiamo. Non lo so dov', ho lasciato in ufficio l'invito, chieder a lei l'indirizzo esatto. Poi ti faccio sapere. Ciao, ciao. Ciao".
 Mi ero quasi dimenticata della cena, quella della classe 1980. Tornare qui dopo undici anni, dopo avere organizzato le prossime quarantott'ore della mia famiglia, io che di anni ne ho quasi quaranta e che non ho alcuna idea di come saranno le mie prossime quarantott'ore - chiss cosa credevo di fare andandomene. Pino  girato verso di me tra i due sedili, lo sguardo sempre basso: mi sta dicendo qualcosa, mi sta chiedendo dove devo andare "Dove la porto signorina" e io vorrei rispondergli "Grazie, nessuno mi chiama mai signorina" e anche "Lei assomiglia tanto a mio zio Pino che vive in un ricovero ora che mia zia  morta". Invece sento la testa vuota e mi accartoccio tra i due sedili, mi avvicino per fargli leggere un bigliettino stropicciato che, non lo avevo ancora detto, tengo in mano - nella mano del trolley - da quando sono scesa dal treno. Dietro gli altri taxi, quelli con la plancia delle astronavi, iniziano a suonare, o dovrei dire sibilare, ch sono silenziosi anche nella protesta. Pino avanza un po', si fa da parte e torna a girarsi. "Cosa c' scritto? Io senza occhiali da vicino non ci vedo. Aspetti un attimo" si sporge a destra, apre il portaoggetti e trova gli occhiali, piccoli e tondi, occhiali dalla montatura d'oro. Li infila giusto sulla punta del naso. "Torre Isozaki" leggo io. "Mi hanno detto che si chiama cos. Torre Isozaki. Ci dovrebbero essere degli uffici. Vorrei andare l". "Mai sentita una via con questo nome. Aspetti che comunque controlliamo subito" si allunga di nuovo a destra, un gesto elegante del braccio avvolto nel cotone della camicia azzurra. Cerca di nuovo nel portaoggetti, ne estrae una rivista arrotolata, pagine gualcite dai bordi sporchi. "Un Tuttocitt" dico. "Credevo non lo pubblicassero pi".
 " di qualche anno fa" spiega, l'indice che scorre su una pagina fitta di scritte.
 Dietro un altro taxi suona: Pino si leva gli occhiali, avanza ancora, si fa da parte, spegne il motore. I taxi, tutti quelli che avrei potuto prendere al posto della Phedra, sfilano via, uno, due, tre, quattro.
 "Lo hanno stampato, questo, nel 2015, l'anno dell'Esposizione: io mi trovo benissimo".
 "Guardi, io non lo so se la Torre Isozaki c'era nel 2015, manco da Milano da tanto e non ho seguito nulla dell'Esposizione. Comunque so che si trova nella zona della vecchia Fiera, ha presente?"
 Il Pino annuisce. "Allora ho capito, signorina: dobbiamo andare alla fermata Tre Torri, sulla metropolitana lilla, la cinque" si gira verso di me, alza lo sguardo. "Se lei prende la metropolitana verde qui, a Centrale, cambia a Garibaldi e prende la lilla, fermata Tre Torri,  arrivata".
 Non capisco se  un invito a scendere o meno. Ci riprovo.
 "Senta, io preferirei andare in taxi. Vada verso la vecchia Fiera, poi vediamo".
 Accende il motore e finalmente usciamo, sotto il cielo di Milano che mi allungo a guardare - abbasso il finestrino, lo faccio entrare. In tutta questa luce i voli degli uccelli sono disegni perfetti, movimenti ampi e armoniosi, voli d'autunno in un cielo azzurro e bianco.
 Dico al Pino che dovr passare davanti al Cimitero Monumentale, gli dico "In pratica deve arrivare fino al Monumentale", e mentre lo dico mi rendo conto che passeremo in viale Sturzo. Ho ancora la testa mezza fuori dal finestrino, gli occhi sui voli di uccelli che si specchiano nelle vetrate blu dei palazzi. Sento il polso vibrare: un altro messaggio, per diverso dai soliti, con parole lunghe. E punteggiatura. "Diversamente da come ti avevo detto, potremmo pranzare insieme. La riunione  finita prima del previsto. Ti aspetto".
 Sprofondo nel sedile del taxi: mi sembra di vederlo, in quell'ufficio della Torre Isozaki - un ragazzino dietro una scrivania ordinata.
 "Com' che nessuno le ha mai chiesto di essere portato alla Torre Isozaki?"
 "Ah, non lo so, signorina. Si vede che tra ieri e stamattina non ci doveva andare nessuno".
 "Come tra ieri e stamattina? E i giorni prima?"
 "E i giorni prima non lo so. Erano undici anni che ero in pensione" mi spiega. "Ma ho sempre fatto il tassista, prima. Una specie di passione. Mia moglie non voleva, diceva che non serviva. Aveva ragione. Poi lei  morta e io ho pensato che avevo fatto bene a tenermi la licenza".
 Un altro semaforo diventa verde e la Phedra si muove: i voli degli uccelli non si vedono pi, siamo sotto un tunnel che undici anni fa non c'era. Dico "Condoglianze" al Pino prima di chiudere il finestrino e appoggiare la testa al vetro.
 Quella volta eravamo usciti dalla porta principale, quella su viale Sturzo: erano le nove e mezzo passate, la clr era gi e la guardia l'aveva rialzata per noi. Se non avesse voluto farlo saremmo passati per il garage, quello tra il palazzo e la palestra dove andavo ogni tanto a lavarmi, dopo una serata a preparare presentazioni e prima della vaschetta di gastronomia mangiata sul letto.
 In viale Sturzo le automobili erano ferme, in coda nella poca luce rimasta dopo il tramonto. L'aria era tiepida, sapeva di pomodoro e origano.
 "Hai fame?"
 Eravamo ancora davanti alla porta principale, le saracinesche abbassate che facevano da sipario: me lo aveva chiesto girandosi, senza guardarmi negli occhi, la giacca buttata sulla spalla, l'altra mano nel gesto di allentare la cravatta. La borsa era scivolata dalla mia spalla, avevo fatto un movimento brusco per rimetterla a posto, per non lasciarla scendere del tutto. Avevo sorriso.
 "Ho fame".
 "Vieni".
 L'avevo seguito lungo il porticato, tra il rumore dei miei tacchi e quello delle auto ferme sulla strada. Eravamo passati davanti al chiosco dei fiori, avevamo girato l'angolo: la palestra, con la grande insegna bianca e verde, "Club Conti" c'era scritto, sarebbe rimasta aperta ancora per un'altra ora. Mi ero fermata sulle griglie che avevano sostituito la pietra e avevo lasciato passare una bicicletta: l'idea di avere perso un'ora di kick boxing sapeva di consolazione.
 Lui era avanti di qualche metro, gi quasi mischiato ai ragazzi davanti all'Hollywood, stretti tra due file di vasi neri, i piedi su un tappeto rosso. Non era la prima volta che notavo la sua altezza, quel suo essere basso qualche centimetro in meno di me: quando stavamo in piedi davanti alla macchinetta del caff riuscivo a vedere bene il taglio dei suoi capelli dietro le orecchie, dove c'era qualche filo bianco.
 E ora, vicino a quell'uomo massiccio che faceva la selezione per l'aperitivo, lui sembrava un ragazzino: la cravatta era sparita, la camicia bianca slacciata, le maniche arrotolate, le mani nude.
 "Ho fame ma non ho voglia di infilarmi l sotto" lo dissi con l'indice puntato sulla porta nera del club. Lui usc dalla fila con due passi a lato e io mi sentii un po' ridicola: abbassai la mano prima che iniziasse a tremare.
 "Neanche io ho voglia di infilarmi l sotto".
 Mi prese la mano che non avevo ancora abbassato del tutto e mi trascin via dal marciapiede, via da corso Como, in una strada poco illuminata. Nel passaggio dalla luce al buio mi ero irrigidita, forse avevo frenato, non lo ricordo: lui dovette girarsi, rallentare, dirmi che aveva parcheggiato la macchina l dietro. Mi fermai proprio, alla parola macchina mi bloccai e a lui tocc fermarsi a sua volta per non lasciare la mia mano - e cos fu l, nel buio di via De Cristoforis, che mi baci.
 A labbra socchiuse, un bacio da ragazzino.
 "Voglio solo andarmene da qui. Vieni?"
 "Siamo al Monumentale" sta dicendo il Pino. Ha detto anche altro prima, le parole si sono mescolate, le ho perse, ma la voce  diversa, ora, pi bassa e pi concentrata - una voce che mi sembra di riconoscere.
 "Sua moglie  sepolta qui?" Lo chiedo stupita: conosco questo monumento all'aria aperta, conosco questo luogo molto pi esclusivo del migliore club di Milano.
 "S".
 Siamo di nuovo fermi a un semaforo, il Pino si gira verso di me, stupito pi di me: "Come fa a saperlo?" "Non lo sapevo, me l'ha detto lei ora". Mi sembra importante questa cosa, come un'urgenza improvvisa. "Si fermi, la prego. Quando vivevo a Milano abitavo qui vicino, in via Lomazzo. Il Monumentale mi  sempre piaciuto".
 "E la Torre Isozaki?"
 "Aspetter".
 La Phedra entra nel piazzale, nello spazio riservato ai taxi vicino alla scala che porta alla metropolitana, e si infila tra due colonnine di ricarica elettrica, di fronte al chiosco dei fiori. Mentre l'auto si ferma, assestandosi con un rumore simile a un sospiro, sfilo il dispositivo da polso: apro il gancio di sicurezza e lascio che scorra sulle nocche, sulle falangi, sul sedile.
 Scendiamo. Il Pino fa il giro di tutte le portiere per assicurarsi che l'auto sia chiusa, poi si rivolge al fioraio.
 Non sento quello che dicono: guardo la strada, il cielo pieno di voli neri e di nuvole bianche, guardo il Famedio e la sua facciata di mattoni e marmo. Guardo anche un furgoncino con la tenda aperta parcheggiato dall'altra parte del piazzale, la scritta "Salsicce e crpes" in nero sulle strisce rosse e bianche.
 E quando il Pino si avvicina, un fascio di margherite gialle tra le braccia, gli sorrido: "Hai fame?"
 

 Che bello imbarcare le nostre bici e navigare per Milano in primavera.
 Maurizio Matrone
 

  Gaetano Loprete
 Il mistero degli occhiali scomparsi 

 
 Prendo la mortadella? Dai, il prosciutto costa un casino. S, ok, la birra, il latte e i biscotti. S, ok la compro io, ok, ciao".  toccato a me andare al super oggi, che palle, c' una fila, e poi qui costa tutto tanto, non  come a Macerata, qui al super ti spariscono cinquanta euro che nemmeno te ne accorgi. Domani viene Filo a pranzo, facciamo la pasta, quella va bene sempre, compro la busta di parmigiano gi grattato, cos non ci sbattiamo. Sono contento che viene Filo, fa architettura anche lui ma due anni avanti, quello conosce tutti, si infila a tutte le feste, ragazze stracarine, ah, gi che ci sono prendo anche il pane, questo nella plastica domani va benissimo.
 Oggi la lezione di estimo  abbastanza tosta, questa se la segui poi puoi anche fare a meno di studiare, e la prof  gentile, secondo me se ti vede poi all'esame si ricorda. Ma oggi vado via prima, devo preparare il sugo, Marta e Ilaria non faranno un cazzo come al solito, e poi loro se ne fregano di Filo, loro hanno il fidanzato, sono gi morte, sono gi l che guardano il filmetto la sera sul divano come dei rincoglioniti, io sono venuto a Milano perch c' vita, cazzo, voglio vederlo questo movimento, ma da solo non puoi, sai di sfiga lontano un miglio. Ci sono andato, l'altra sera, in viale Jenner, cazzo che mito, io una cosa cos non l'avevo mai vista, sembrava un sogno, centinaia di ragazzi fuori dai locali, birra a fiumi, e anche il resto, ragazze da urlo a gambe incrociate sul cofano delle macchine, ma da solo che cazzo vuoi combinare, non sai da dove cominciare, l ci devi andare in compagnia, ci sta che adesso ci torno con Filo e i suoi amici, si sta da dio, l.
 Taglio la cipolla, io ci metto il burro, dite quello che volete ma io il soffritto lo faccio con il burro, l'ho imparato cos, e con una passata buona, non i pelati che sono acidi, la pasta la so fare, la butto quando arriva Filo, delle altre me ne frego, non so nemmeno se vengono, non ti dicono mai un cazzo, quelle sono fatte cos.
 A Filo la pasta  piaciuta eccome, poi c'era anche Marta, quella  un po' pi simpatica,  stato un bene che ci fosse, Filo ci ha scherzato, ma cos, lo sa che  fidanzata, quella tra un po' se lo scrive in fronte, sono fidanzata, ma a parte questo non  una suora come Ilaria.
 Poi ci siamo svaccati in soggiorno, questa casa  grande, costava uguale, pi grande o pi piccola, meglio grande, ci stiamo larghi, meglio, tanto pulire si pulisce poco, solo quando passa di qui una mamma, abbiamo giusto i turni per la cucina e per il bagno, ma se devi giudicare da quello la ragazza sono io, Marta e Ilaria si stancano in fretta di pulire.
  stato bene Filo con noi, mi  sembrato,  andato via alle tre perch aveva lezione, magari ci ribecchiamo stasera, se no resto qui alle Colonne, gli occhi te li rifai anche qui, Milano  tostissima, basta che sai dove andare e hai il giro giusto, c' sballo tutte le sere, sballo di prima, e c' di bello che non ti serve neanche la macchina, ci sono questi pulmini mitologici, che non devi neanche aspettarli, e non ci trovi i vecchi e le signore con la spesa, ci trovi solo ragazzi, tra pulmini e biciclette vai dove vuoi, anche se come me non hai certo la macchina. Parte la musica del cellulare, cazzo  lui, Filo, stasera meglio che sto qui, se no sembro proprio un disperato: "Ohi, come butta?"
 "Bene, gi, ma senti, mi sa che ho dimenticato gli occhiali da sole da voi oggi, in soggiorno credo, non  che li avete visti?"
 "Occhiali tipo Ray-Ban, giusto? S, mi pare di s, li ho visti sul tavolino, aspetta che chiedo alla Marta, Martaaa!"
 "Eh?"
 "Marta hai mica visto oggi gli occhiali di Filo, in soggiorno, dei Ray-Ban, tipo?"
 "S, boh, mi pare di s, s, li ho visti, sono in soggiorno".
 "S, Filo, li ha visti anche la Marta, li hai lasciati da noi, te li porto domani".
 "Ok, grazie, ti squillo io domani sul tardi, mi sa che  ancora lunga stasera".
 Ah, rieccola. Che cosa vuole adesso quella, dopo il tira molla di quest'estate, per poco non uscivo scemo, e adesso mollala, che coraggio, venir qui con quegli occhi da gatta, pantacollant e tutta l'artiglieria, quasi quasi vado a casa a quest'ora indecente, salto sul pullmino elettrico e vado a casa a quest'ora impossibile, che nemmeno a Macerata di mercoled.
 Da quando l'erba e la coca si vendono in farmacia, si va solo di alcol, non  molto poetico prendere il fumo in farmacia, ammettiamolo, anche se l'alcol pu essere anche peggio, ne so qualcosa, quel capodanno in ospedale ce l'ho ancora in mente, con i miei che si mettevano gi d'accordo per il mio funerale.
 Schivando bottiglie stese e bicchieri mezzi vuoti vado a casa presto. Prima di infilarmi nel letto per la mia notte di sonno puro do un'occhiata in soggiorno e li vedo gli occhiali di Filo, sono l. Lo so, il sonno mi ricarica, durante la settimana dormo troppo poco, insomma,  l'una passata quando mi sveglio il sabato, e mi butto subito sotto la doccia finch  libera, poi faccio colazione, chiamiamola cos, per me  colazione, c' persino il giornale di oggi, Ilaria o Marta hanno gi fatto e disfatto, entrate e uscite, loro sono molto efficienti, meglio, io mi godo la pace. La pace che c'era prima dei cellulari, ovvio, mi ero anche dimenticato di Filo, ieri sera ha richiamato che io gi dormivo, e adesso c' un suo messaggio, tra poco passa di qui a riprendersi gli occhiali. Con il giornale in mano, e il caff, mi allungo in soggiorno. Un bel sabato di sciallo. Di traverso sul divano, mi leggo l'articolo sull'economia che riparte, forse riparte, ma pi in piccolo, ecco la sfiga, quando tocca a me  in piccolo, vabbe'. "Non c'ho pi guardato, e allora? Mica sono l'addetto al guardaroba. "Ti dico che ieri sera c'erano ancora i tuoi cazzo di occhiali, ora lo vedo anch'io, che non ci sono pi". Telefono a Marta, non ne sa niente, non  pi nemmeno sicura di averli visti, boh, non mi ricordo, c'erano? Andiamo bene. Ilaria non sa niente di occhiali, non sa niente di niente, lei  fidanzata e basta. Filo guarda fuori dalla finestra, e non  che abbiamo poi 'sto panorama.
 Non si volta nemmeno.
 "Adesso me li fate saltare fuori, o me li pagate nuovi".
 "Ok, Filo, complimenti, bravo, bel discorso, ma cosa c'entro io con i tuoi occhiali, scusa, mica sono il tuo assistente, sei tu che li hai lasciati in giro, mica io".
 "Tu hai detto che erano qui, quindi qualcuno li ha fatti sparire, e saranno le tue coinquiline, o gli amici tuoi, non lo voglio sapere, o saltano fuori o me li pagate nuovi".
 "Ma scusa e perch nuovi, poi? Mica erano nuovi, erano usati, Filo".
 "Se non saltano fuori io li devo comprare nuovi, no? Mi segui? Quindi me li pagate nuovi, ok? Costano duecentocinquanta euro, adesso lo sai. Ci vediamo luned in facolt".
 Non penso, non dev'essere la stessa facolt, io faccio architettura, tu come minimo farai legge, mi sa, anzi, la scuola di polizia, ma chi ti ha messo in testa queste stronzate?
 Per Filo se n' andato, il sabato  a pezzi, una bella telefonatina a casa e vinco il premio internazionale della sfiga, anche perch ho una mamma:
 "Ma scusa, tesoro, e tu cosa c'entri? Li ha persi lui gli occhiali!"
 ma ho anche un pap:
 "Ah, che situazione antipatica".
 Grazie, pap, sempre incoraggiante.
 "Pensaci, se fosse successo a te? Ti dicono che gli occhiali sono l, poi spariscono. Non  che tenete la casa troppo incasinata?"
 Certo, pap, e poi da piccolo facevo anche la pip a letto.
 "A te non sembrerebbe un po' strano, non perderesti la fiducia in uno cos?"
 "Ok, pap, ho capito ciao, magari ci si risente, eh..."
 Non l'avevo detto? Ho anche un fratello. Maggiore, ovvio, se no che gusto c'. Di quelli che studiano a Roma e il fine settimana tornano a casa a mangiare l'arrosto.
 "Ehi, cazzone, ma non  che una delle tue coinquiline  cleptomane? O voleva fare un regalo al fidanzato e se li  visti l, non c'era nessuno in giro...?"
 See, ci mancava solo Sherlock Holmes.
 "Grazie eh, grazie a tutti per il sostegno... senti, mi ripassi la mamma?"
 Guardo dalla finestra, vedo quel che vedeva Filo. Il condominio di fronte, balconi tristi, tapparelle, piante morte e sepolte. Avrei dovuto prenderli, metterli da parte. S, avrei dovuto prendermene cura, perch non erano miei. Filo  uno stronzo, ma ha ragione. Questi occhiali del cazzo hanno rovinato tutto. Glieli dovr pagare e non faremo pace lo stesso, bella merda. Perch ci siamo presi male, e non si fida pi di me.
 E adesso chi  che rompe a 'sto cazzo di cellulare? Sar mio padre, gli sar venuta in mente qualche altra possibilit agghiacciante. Ma no, guarda guarda. Lei? La signorina gatta morta in persona.  servito darle di lungo ieri sera, allora. Non faccio solo mosse sbagliate, no?
 

 Milano respira di verde e di azzurro e guarda verso l'alto, tra grattacieli avveniristici e fiabeschi alberi giganti, ma non dimentica l'odore strano della nebbia e il bianco leggermente seppia del Duomo, che rimane sempre l a raccontare una storia lunga secoli, e tuttavia attuale, che  storia di lavoro, di fatica, di amore e passione.
 Elena Sommariva
  

 Stefano Mecca
 Milano California 

 
 Marco se lo ricorda, aveva dieci anni. Un mattino suo padre lo svegli spostandogli i capelli dagli occhi e disse che sarebbero andati via. Via da quella casa bianca con il tetto blu, via dal sentiero che tagliava i campi e scompariva nel bosco. "Andiamo ad abitare da un'altra parte". Fu come una pallonata in faccia.
 E Marco se lo ricorda.
 "Dove andiamo, pap?"
 "In via Meravigli".
 "Via... cosa?"
 "Meravigli".
 "Perch si chiama cos?"
 "Perch  bella".
 Milano. Per Marco, quando aveva dieci anni, era qualcosa di troppo grande per starci bene, troppe strade, troppe macchine e nessun sentiero che scompariva nel bosco. E poi Milano teneva lontano il pap. Era il grigio o la pioggia o tutt'e due le cose insieme. Andare a vivere nel grigio, ecco un'altra pallonata in faccia. Ma questa  storia di quattro anni fa, del 2016 ormai.
 Marco ci ripensa stamattina restando un po' a letto nel giorno del suo compleanno: 15 agosto 2020, milanese da quattro anni e felice. Tranne oggi, pensa.
 Sul muro davanti, un poster: Mark Anton, capelli cortissimi, occhi neri e mai un sorriso, l'ultimo divo di Hollywood, con un salto esce da un fumo denso e scuro a forma di teschio, il secondo film della saga di Dark Land Empire. Marco, capelli cortissimi biondi e occhi azzurri, salta fuori dal letto senza voglia; avere il 15 agosto come compleanno non  una cosa divertente. Una volta l'aveva anche chiesto ai suoi: "Perch mi avete fatto nascere in un giorno che non c' mai nessuno dei miei amici?" 15 agosto vuol dire sentirsi soli, anche se si  in tanti. Il compleanno, per lui,  sempre stato: festeggiare in qualche modo al mare con ragazzi e ragazze conosciuti da pochi giorni, gli amici delle vacanze estive che non ci sono pi quando si ritorna a casa; le foto dei compleanni sono facce che non ricorda. Quest'anno sono gi stati al mare e andranno in montagna fra due settimane. E oggi ferragosto a Milano, in via Meravigli, nell'attico. Mai successo.
 In cucina un biglietto: "Auguri per i tuoi quattordici anni. Mamma e pap". Che non si sono ancora alzati.
 Marco va nel terrazzo sul tetto, da lass le rotaie dei tram sembrano di luce. Qualcosa in fondo alla via si sta muovendo, ma non gli importa. D due calci al pallone, da solo, anche se i suoi non vogliono,  pericoloso, dicono. Giocare a pallone nel terrazzo sul tetto  pericoloso... Niente nuvole, oggi, nessuna scia bianca d'aereo e c' la luna. La luna di mattina sul tetto.
 "Buon compleanno" si dice ad alta voce e d un calcio al pallone "Auguri per i tuoi quattordici anni". Altro calcio, pi forte.
 Arriva una carovana, sembra senza fine, di grossi furgoni d'argento, riflettono il sole sui palazzi; un esercito di uomini in tute gialle scaricano casse nere, le aprono e costruiscono strane cose, non si capisce bene dal terrazzo sul tetto. Ma non gli importa. Arrivano altri camion enormi e scaricano sabbia rossa che copre la strada e cancella le rotaie di luce. Gi la via, in pochi minuti,  gi un altro posto. Marco gioca nel terrazzo sul tetto dove i rumori del mondo arrivano in ritardo: motori, colpi, voci al megafono. La luna  nel blu, immagina di essere su un altro pianeta, e allora via, un calcio un po' pi teso: il pallone vola oltre.
 Non guarda, corre subito, scende le scale, non c' tempo per aspettare l'ascensore che non c' mai. Fuori dal portone via Meravigli  un deserto rosso, i palazzi sembrano come in un sogno, non ci aveva mai fatto caso, ma sono proprio belli.
 Bracci meccanici sollevano uomini armati.  un'invasione extraterrestre. Gente colorata si muove veloce, come quando mandi avanti un film. Marco allora capisce, ha gi visto su internet queste cose.  il cinema, lo fanno cos: gli operatori dietro le cineprese si muovono come soldati in guerra, puntano gli obiettivi, eseguono i comandi di uno che urla in una radio collegata con tutti. Nessuno si affaccia alle finestre; dormono, o non sentono, o sono via. Appartamenti deserti, tapparelle gi. "Ma a Milano, oggi, ci sono solo io?" pensa Marco.
 Ritrovarsi nel mezzo della lavorazione di un film  come stare dentro un film.
 Poi la scena che si muove veloce davanti ai suoi occhi diventa di colpo un fotogramma fermo. Tutti immobili. Silenzio. Solo le gocce di sudore scendono dalle fronti sulle guance. Non  proprio silenzio, c' qualcosa che sibila, un rumore continuo e soffocato. Ma da dove viene? Marco guarda dove tutti guardano. Una moto, di un modello mai visto, arriva veloce fra vortici di sabbia rossa. Sopra, un uomo in nero con casco integrale nero impenna e inchioda. La ruota anteriore colpisce qualcosa che si solleva dalla sabbia. Il pallone, eccolo, vola e ricade ai piedi di Marco.
 L'uomo si toglie il casco, scende dalla moto che sembra venuta dallo spazio e cammina verso di lui. Pi si avvicina, pi Marco si rende conto che... No! L'uomo sulla parete della sua camera sta camminando nella sua via, e si ferma a un metro da lui. Il regista guarda in alto come se ci fosse qualcosa che non va lass. Mark Anton, l'eroe di Dark Land Empire, allunga una mano verso Marco. Marco, muovendosi come se fosse telecomandato, gli d il pallone. Mark Anton lo fa roteare sulla punta di un dito, poi lo passa a Marco. Marco palleggia: piede destro, piede sinistro, tacco, punta, petto, testa e lo passa a Mark Anton. Mark Anton prova a palleggiare, ma non  cosa per lui. "Il cielo non  quello del pianeta Yomb" dice il regista dal cranio calvo e abbronzato che riverbera il sole, gli occhi di ghiaccio. "Sul pianeta Yomb il cielo  viola, cos dice la sceneggiatura.  viola perch  pieno di veleni, per questo gli abitanti di Yomb hanno subto una mutazione genetica. Vedete le comparse? Sono mostruose, ricoperte di piaghe... Vi sembra gente che possa vivere in un posto cos? Perch siamo qui? Perch i palazzi di via Meravigli sono come quelli descritti nella sceneggiatura! Surreali, eleganti, evocano un passato di gloria, prima della catastrofe, prima che il deserto rosso..." "E il deserto rosso l'abbiamo fatto!" interrompe la voce stridula e nasale di uno altrettanto calvo con piccoli occhiali neri.
 "E ci sono le cento comparse vestite e truccate come i mutanti del pianeta Yomb" dice un altro con gli stessi occhiali neri, ma con i capelli fucsia che sembrano finti.
 "Manca il cielo" dice il regista. "Avete fatto tutto, tranne il cielo".
 I due si puntano addosso gli occhialetti neri.
 "Il cielo di Milano, adesso,  come quello della California. Il cielo di Milano il 15 agosto fa pensare al mare che qui non c'; fa pensare a una storia d'amore esotica, a un'avventura che toglie il respiro. Non  pi il cielo di quand'ero ragazzo io. Questo non  un set da distruzione fantascientifica. Fate un cielo giusto per Dark Land Empire, non questa magia splendente sopra la mia testa".
 Mark Anton giocherella con il pallone e dice in italiano con la sua vera voce, pi profonda di quella che si sente nei film: " la luce della spiaggia davanti a casa mia. S,  come la California. Fantastico. Cosa sai fare, ragazzo?"
 Si passano il pallone dalle dita alla fronte, dalla fronte al ginocchio, dal ginocchio... "Come ti chiami?" chiede Mark, tenendo il pallone fermo sulla fronte, un po' come fanno le foche.
 "Marco, come te. Io so tutto di Dark Land Empire e del pianeta Yomb".
 Mark passa il pallone. Marco cerca di farlo girare su un dito, ma non  un gioco dei suoi e gli cade subito. Palleggia.
 "Sai anche come va avanti la storia?" chiede Mark Anton.
 "Qualche idea ce l'ho".
 "Adesso bisogna cambiare la sceneggiatura" dice il regista senza scomporsi, come se non fosse un problema. "Oggi dovremmo girare la sequenza della sconfitta dei Ribelli, una cosa tragica, ma guardate che luce! C' perfino la luna. Il pianeta Yomb non ha lune. Ora ditemi voi, si pu fare una storia horror senza un cielo nero? Senza la notte e la pioggia? No. Si pu fare un amore struggente, strappalacrime, senza nuvole o, meglio ancora, senza nebbia?  il cielo che fa i personaggi, i personaggi fanno la storia, quindi il cielo fa la storia. Questo blu sopra, questa sabbia rossa sotto i piedi, cosa mi raccontano?"
 " un cielo da sfida, questo..." dice Mark Anton con il pallone in mano e Marco accanto. "Le sfide sono sotto il sole e i cieli blu".
 "Per me, quello che ci vorrebbe..." dice Marco al regista "... uno scontro con la palla di fuoco tra i Ribelli e il Comando. Una partita come una battaglia".
 Il regista punta lo sguardo raggelante su Marco. Mark Anton annuisce, afferra il regista per un braccio e si allontanano. Tutti, operatori, tecnici e comparse, guardano Marco come se fosse lui quello strano. Passano i minuti, si sente la temperatura che aumenta,  come stare in un forno appena acceso.
 Il regista dice qualcosa alla radio e tutti si muovono, le comparse mostruose si dispongono nella strada, le cineprese si alzano e scorrono sulle rotaie.
 Mark Anton calcia il pallone in alto...
 "Azione!"
 E via Meravigli diventa il campo della Grande sfida, due squadre colpiscono il pallone, tutti corrono. Marco non capisce cosa stia accadendo, ma dentro questo mondo c' anche lui e fa quello che gli dicono Mark e il regista pelato, abbronzato e riflettente. Oggi, 15 agosto 2020, nel giorno del suo quattordicesimo compleanno, che si annunciava come una montagna di noia, Marco  un eroe di Dark Land Empire. Al computer il suo pallone sar di fuoco e il cielo rimarr cos, luna compresa.
 Alla prima pausa, telefona alla mamma, le dice di non preoccuparsi, che va tutto bene e torner per cena. Tutto il giorno sul set di un film di Hollywood, vestito e truccato da Ribelle, e a un certo punto dalle finestre qualcuno si  affacciato.
 "Stop!" grida il regista. "Basta cos per oggi. Grazie a tutti!" e scatta un applauso.
 Riappaiono i furgoni d'argento e i camion enormi che non si erano pi visti e portano via tutto. Anche a riprese finite sembra d'essere in un film.
 Forse bisogna vederla cos, Milano, come un set, un sogno che si pu smontare e ricostruire. Tutto  sempre pi bello se lo vedi su uno schermo gigante.
 "Grazie, hai salvato il pianeta Yomb" dice Mark Anton stringendogli la mano prima di allontanarsi. Ma lo vedr ancora sulla parete davanti al letto.
 In meno di un'ora il pianeta Yomb scompare, come se non ci fosse mai stato niente, comparse, cineprese e il resto. Si rivedono le rotaie del tram. Via Meravigli non  pi un deserto, alle finestre e sui balconi c' gente, ora. Il caldo pesante  passato.
 Marco entra in casa.
 "Allora, dove sei stato tutto il giorno?" chiede il pap.
 "Hai trovato qualche tuo amico per festeggiare?" dice la mamma.
 "S, ho trovato un mio... vecchio amico..."
 E la mamma con un sorriso: "Vedi che non tutti se ne vanno da Milano a ferragosto. Auguri!"
 "Auguri!" gli dice anche il pap.
 "Grazie", e si siede a tavola, c' la torta con le candeline accese.
 Dai capelli gli cadono sulla tovaglia granelli di sabbia rossa.
 

 La bellezza di Milano non  orgogliosamente esibita come quella di Roma o Venezia.
Bisogna andarla a cercare con pazienza, imboccando vicoletti ombreggiati del centro che danno su cortili interni con giardini privati splendidi (spesso purtroppo inaccessibili alla maggior parte dei cittadini), oppure passeggiando per zone poco frequentate, come quelle vicino al Ponte dell'Ortica, in agosto, nel totale silenzio delle vie deserte, e ancora spingendo la propria bicicletta lungo le salite che portano al Parco Forlanini, una delle poche oasi verdi della citt.
 Ecco, sarebbe bello poter respirare una citt con una maggiore presenza della Natura, che spesso si tiene lontana da questi luoghi.
 Carlo Boccadoro
  

 Alfredo Ranavolo
 Binari

 
 Clangclangclangclang. Ooooooooohllosa-pe-vo! Sbam.
 Non  che non so come si 'taglino' 'sti benedetti binari del tram. Ma, evidentemente, una volta ogni dieci anni me ne devo dimenticare. E finire lungo per terra. Con una ruota della bicicletta incastrata in mezzo alle rotaie.
 D'altra parte lo so che mi prendo questi rischi, se dal 2010 a oggi mi ostino cocciutamente ad affrontare il basolato sui tubolari larghi come un'unghia di una bici da corsa.
 Vabbe', controlliamo i danni. Prima su di me e poi sulla bici. A occhio e croce non ho niente di rotto. Potr evitare di perdere mezza giornata in ospedale e serenamente spenderla nel rispettare la mia mancanza totale di impegni di alcun tipo. Perdo sangue dal gomito sinistro e mi sono morso la lingua mentre cadevo. Ma lievemente, mica me la sono mozzata. Fa un po' male, ma passer. La sbucciatura, invece, richiederebbe quantomeno una ripulita e una tamponatina all'emofuoriuscita. Non che rischi di morire dissanguato ma, insomma, non  bello andare in giro a mostrare i propri liquidi organici che non se ne stanno al loro posto. Ma andare in giro come? Resta da stabilire questo. Tendenzialmente direi non in bici, a giudicare da come  ridotta la ruota anteriore del mio amato mezzo. I binari del tram l'hanno conciata come un apribottiglie, mosso da mano assai poco gentile, avrebbe fatto col tappo di una birra trappista. O di qualsiasi altra birra. Ma, dato che la ruota-tappo  la mia, lascio che i miei gusti influenzino la metafora.
 L'alternativa sarebbe quell'accidenti di tram che passa su 'sti binari rovinabici. Non fosse che stamattina ho avuto la malaugurata idea di uscire senza catenaccio. Vero  che in questi dieci anni Milano  migliorata in termini di smog, di traffico, persino di percentuale di facce sorridenti tra i percorritori abituali delle sue strade. Ma di ladri in giro ce n' ancora un sacco. E non  mia intenzione lasciargli un bocconcino facile facile da accaparrarsi. Non che la mia bici, per di pi con una ruota conciata in questo modo, sia un ipercostoso ultimo modello. Ma io alla mia vecchia Gaiardoni ci tengo, e non l'abbandoner alla merc del primo malintenzionato di passaggio.
 Sono ancora preso dalle mie elucubrazioni, quando uno stridio di frenata, seguito da una clacsonata che mi porta via il trenta percento dell'udito, mi inducono a tornare a guardare la strada. Vedo avvicinarsi di gran carriera una scatoletta con le ruote.  una di quelle macchine elettriche del car sharing. Mi piacerebbe dire che mi stia ripassando tutta la vita davanti, mentre la morte si avvicina sotto forma di piccola utilitaria, che il mio caschetto da ciclista difficilmente riuscir a fermare. In realt, penso solo che dovevo ancora passare a ritirare un barattolo di peperoni sott'olio mandati da mamm tramite la sua amica Franca, soprannominata fiatella marcia. E adesso se li manger lei. Almeno mi risparmier l'immancabile alitata del suo caldo saluto. In fondo un sollievo. La scatoletta, invece, si ferma in tempo per evitare di ridurmi a sottiletta. Si apre la portiera. Ne escono due sandali rosso amaranto. Tacco sette a occhio e croce, seguiti da figura intera, magra e slanciata, pi o meno dello stesso colore. Mi apostrofa, con volume che rischia di privarmi di un altro dieci percento dell'udito gi menomato dal clacson, con qualcosa tipo "etusipusaperechediaminecifainmezzoallastrada?"
 Poi l'urlo si arresta. L'inviperita si porta le mani alla bocca. Qualche secondo e poi, guardando verso il mio gomito, che nel frattempo ha riempito di rosso l'avambraccio intero, dice: "Oddioddiodiodio. Ma tu sei ferito!"
 Con una camminata tacco-su-basolato che dev'essere frutto di lungo (e decisamente impegnativo per le caviglie) allenamento, mi si avvicina. Tende un braccio per afferrare il mio, quello sano, mentre con l'altro si copre la faccia, gi rivolta in tutt'altra direzione. "Scusa" dice "ma il sangue mi fa troppa impressione".
 "Chiss che divertimento durante il ciclo" penso. Ma non lo dico, non voglio alimentare il ritorno della versione isterica della mia soccorritrice, conosciuta pochi secondi prima. Dato anche il mancato uso della vista, il suo fare, nel tirarmi su, non  molto delicato. Ma  un bel passo avanti, rispetto a come si era iniziato. Ci ritroviamo faccia a faccia. Lei torna a girarsi e, per la prima volta, la vedo bene in viso.  carina. Molto. E io mi sento un po' pi vulnerabile. Specialmente a notare quella fossetta, appena accennata, nel mento.
 Mi aiuta anche a portare la bicicletta a bordo strada. Sulla quale viene di nuovo attirata la nostra attenzione dal clang-clang del clacson di un tram, sopraggiunto nel frattempo e bloccato dalla macchina della ragazza. Ma si chiamer poi clacson, quello strozzato segnale acustico? Poco importa. Se la mia bici non  pi di intralcio a nessuno, la scatoletta sopraggiunta poco fa lo . Raddoppiando la velocit rispetto a prima, eppure giungendo a destinazione sana e salva, la tizia si riporta nell'abitacolo e sposta il mezzo. Sul cruscotto intravedo frammenti di quelle che sembrano foto stracciate d'impeto. Riapre la portiera e ne esce con un tubo floscio in mano. Sono dischetti struccanti, presi dalla sua spesa. Un altro gesto di gentilezza. Se stiamo qui altri dieci minuti, magari fonda un ospedale da campo per ciclisti caduti in battaglie contro le pavimentazioni sconnesse.
 "Mi dispiace. Non ho niente di meglio". Lo dice come se una quisquilia del genere potesse causare in una persona tutto il dolore del mondo. China leggermente il capo. Guardo fisso il suo profilo, sempre con la testa leggermente china. Per qualche secondo che mi pare un'eternit. Ha le braccia incrociate. Le unghie della mano destra, quella che riesco a vedere, perch lei  alla mia sinistra, appoggiata come me alla ringhiera del Naviglio, sembrano mangiucchiate. Brutto vizio, che contrasta con l'evidente propensione elevata alla cura di s che emana. In realt sono solo quelle di indice e medio. In tanti nemmeno se ne accorgerebbero. Lei pare volere restare cos impalata. Poi a un tratto si volta. Le sue labbra si stendono in un sorriso leggerissimo.
 "Scusa, davvero, per prima. Non so cosa mi  preso. Tu non c'entri niente". Quest'ultima frase sono quasi sicuro che l'abbia pronunciata. E quasi certo che le parole smozzicate tra i denti fossero proprio queste.
 Azzardo una mossa che potrebbe ritrasformarla in un mostro mangiaciclistincauticadutisulbasolato. Lo faccio con lo sguardo pi remissivo che riesco a metter su, nella speranza che basti a non essere aggredito. Le dico... "Mi sa che lo sai benissimo cosa ti  successo. O almeno perch". Al "sa" ero gi pentito. Ma la frase l'ho pronunciata comunque fino alla fine. Dopo averlo fatto, cerco un impossibile rifugio da imminenti strali guardando il cielo. Forse perch  cos azzurro e terso, che pensi non ti possa succedere niente che non sia bello. Che dieci anni fa, quando sono arrivato qui dal Sud in una di quelle giornate in cui era tutto lattiginoso di smog, che presto ho imparato a dover ritenere abituali, al massimo te lo potevi godere un paio di giorni all'anno un cielo cos. Adesso, quando  senza nuvole grigie,  quasi la norma. Pu darsi che il cielo ci abbia messo del suo, perch da lei non arriva alcuna reazione infastidita. Per evita l'argomento. Almeno suppongo che quel che mi dice non abbia nulla a che fare con quel che le ho detto io.
 "Sai a cosa stavo pensando?" e sorride un po' di pi. "Doveva essere dieci anni fa che passavo su questa strada. Allora ero in tram. C'era uno in bicicletta. Una come la tua. Di queste da corsa. Era caduto pi o meno nello stesso punto. L'autista del tram si  fermato ed  sceso a soccorrerlo. Io guardavo da sopra e lo trovavo cos carino. Sembrava... molto atletico, ma al contempo cos indifeso. Sarei voluta scendere pure io. Ma non so che mi prendeva... avevo paura che non si potesse, perch non eravamo alla fermata. Se ci ripenso oggi mi sento cos scema".
 E adesso come glielo dico, o meglio... glielo dico, senza 'come', che quello l ero io? "Ehiiii... guarda un po' i casi della vita!"
 Non  che potessi averne proprio la certezza. Non pretendo di essere l'unico ciclista cascato sui binari del Naviglio Grande, ma... dieci anni fa, ci siamo. Col fisico atletico anche: ai tempi c'era. Mica come oggi che, pur non avendo smesso di usare la bici, dovrei scalare il Mortirolo sei volte in un giorno per provare a eliminare la pancetta da aperitivo milanese seriale. Col soccorso dell'autista del tram, pure.  proprio quello che successe a me. E se si sente scema lei perch aveva paura di fare qualcosa di sbagliato scendendo dal tram, sapesse come mi sentivo io allora, che caddi come un fesso. Pi o meno come oggi. Ora mi osserva. La mia faccia deve avermi tradito. Se non dico subito qualcosa penser che la sto prendendo mentalmente in giro, o roba del genere. Non mi viene niente di meglio della verit: "Sai che... forse... quello l per terra potevo essere io?"
 Lo dico mettendo una mano tra i capelli, pieno di imbarazzo scarsamente motivato.
 "S, vabbe'. E che fai, lo stunt-man sui binari? Ti paga il comune per testare quanto ci si fa male cascando? E poi quello l era cos carin... cio, no. Scusa... non volevo dire che..."
 "Che sono un esemplare di tazza da bisognini? Mpf, sembrava proprio volessi dire quello, invece".
 "Ma no,  che allora... sai... io..."
 Vittoria! L'imbarazzo ora  tutto suo. E io posso, bullosamente spavaldo, perfino trarla d'impaccio. "Comunque, davvero. Sembrer assurdo, ma io dieci anni fa caddi davvero. Come oggi. Preciso. Solo che, allora, la ruota della bici non mi si ridusse cos". Gliela mostro, casomai non si fosse notata a sufficienza l'anteriore ridisegnata da un astrattista. Non sono proprio sicuro che mi creda, ma mostra di assecondarmi. Forse pensa che il mio sia un modo piuttosto balordo per provarci, visto che, evidentemente, il caduto di dieci anni fa le piaceva assai e l'averlo mancato le ha causato qualche tonnellata di rimpianti. Quantomeno un bello spirito crocerossino l'ha covato, in tutti questi anni: dopo averla messa a parte delle difficolt insite nel lasciare il luogo dell'incidente assieme al mezzo danneggiato, si offre addirittura di portarmi via lei. La minivettura non  proprio il mezzo pi adeguato per farlo e io da un lato sono tentato di indurla a lasciar perdere. Dall'altro, per, il pensiero di non lasciarla andare (senza di me) ha un gusto dolce. Ammesso che un pensiero possa avere un gusto, come fosse un gelato. Inoltre un passaggio, anche se cos scomodo, mi farebbe un gran comodo. Ci cimentiamo, allora, in un numero di bassa scuola circense. Lei guida. Io, seduto, accanto, sporgo il braccio sano e, con esso, reggo la bici per la parte anteriore del telaio, evitando che la ruota danneggiata tocchi terra e, al contempo, che, lasciata libera, sterzi verso la carrozzeria della macchina. Per fortuna casa mia non  proprio all'altro capo della citt. Quando ci arriviamo, per, il braccio che era sano non me lo sento praticamente pi. Scendo dalla macchina e mi rendo conto solo allora che non ci siamo nemmeno presentati. Il tragitto  stato tutto un chiacchierio sull'assurdit della situazione. Tenderle la mano nel dirle "Piacere, Aldo"  sicuramente nella top five delle cose pi difficili che mi  capitato di fare nella vita. Vorrei mostrare una bella stretta decisa. Ma il mio arto ha smarrito pressoch del tutto il suo gi mediocre vigore. "Caterina" risponde allargando un altro po' quel sorriso che si  gi inchiodato nella parte indelebile della mia memoria. Epilogo Clangclangclangclang. Eddinuooovo! Sbam.
 Nel 2030 una marea di cose sono cambiate da quando arrivai qui, vent'anni fa. Non il basolato del Naviglio Grande, n i binari del tram. E nemmeno la mia capacit di dimenticare come si tagliano in sella a una bici da corsa. Controlliamo i danni. Poi chiamer Caterina per dirle di venirmi a prendere. Con la nostra nuova macchina elettrica. Siamo riusciti a farne a meno finora, ma col secondo figlio in arrivo ho pensato che fosse il caso di averne una tutta per noi. Adesso che le fanno anche in versione berlina e che la batteria si carica come quella di una vecchia macchina fotografica del 2010: un paio d'ore a una presa nel salotto e hai un'autonomia di quattrocentocinquanta chilometri. Portandone una di riserva ci posso fare il viaggio in macchina fino dai miei. Che non vedono l'ora di abbracciare tutta la famiglia. Gi. Caterina, nel frattempo,  diventata mia moglie. Ho saputo perch era cos arrabbiata quel giorno. Ma sono fatti suoi, che non mi piace rendere pubblici. Penso non mi abbia mai creduto, invece, quando continuavo a dirle che quello l che aveva visto a terra dal tram ero io. Chiss. Magari adesso che ho rispettato di nuovo il decennale mi crede. O, forse, penser che l'ho fatto apposta per convincerla.
 legni e canali, piazze di carta le ombre felici di tre gatti
 farfalle nuove per le vie
 verde celeste nello stagno antico
 ragni amici sui raggi
 respiro calmo negli occhi
 pedalo in cielo come
 una nuvola piena d'estate
 sassini bianchi polveri cicale
 Anonimo milanese
  


 Maddalena Reni
 Milanovaveloce 

 
 Milano ha cambiato faccia. Smesse le vesti di capitale della moda ha puntato verso un obiettivo ambizioso: diventare la citt dove si vive meglio al mondo. Da raggiungere in tre tappe: il cielo, i pedali, l'energia pulita. Chi poteva riuscirci? Paolo Hu, il sindaco. E che cavolo ci fa un sindaco cinese a Milano? S, sembra assurdo, ma siamo nel 2020! Peccato che quando Hu aveva appena dato l'avanti tutta, impostando la nuova rotta eco-ambientale, la sua energia fu abbattuta da una terribile notizia. Andiamo per ordine.
 "Pronto, la Fabbrica del Vapore, dica?" la segretaria rispose al telefono.
 "Sono Ling, la molie del sindaco, posso venile domani mattina?"
 Era subentrato subito il titolare: "Buona sera sono Orlando, le va bene alle undici?"
 Il loro incontro avvenne cos: lei seduta su una poltrona da parrucchiere, lui che le girava intorno e si strusciava come farebbe un gatto contro la gamba del padrone. Nella cornice luminosa di una meravigliosa mattinata di quelle che una volta i milanesi invidiavano al centro-sud, ma ormai il sole dei romani baciava anche le chiappe dei milanesi e si diceva che se l'erano portato su, al Nord, gli emigranti stessi dentro al fagotto, tra la caciotta e il vino. Era il 29 settembre. In quel repentino risveglio milanese, come al martellare del gong le strade si riempivano di facce ben sveglie, di gente svelta, carica di voglia di fare, anche la signora Ling uscendo di casa al Naviglio numero 47 con gli occhi in su al cielo che giudic migliore di quello cinese, di ottimo umore mentre si recava da Orlando l'hairdresser delle modelle che ricreava acconciature tipicamente orientali, esclam: "Eh, Milan l' on glan Milan!" imitando divertita la spocchia dei milanesi. Lei lo pens in cinese e chiss come suonava in cinese. S'incammin a piedi. Dalla fessura degli occhi vedeva tutto nei minimi dettagli. Le case di ringhiera con i gerani sui davanzali che scambi per "Fioli di loto!" All'altezza del ponte incontr un battello per turisti che puntava contro due anatre, senza riuscire a investirle.
 Lo scintillio di un raggio di sole fin tra i raggi di una bicicletta creando un luccichio di paillette. Pens che poteva andarci in bici, sino alla Fabbrica del Vapore. Su viale Gorizia aveva visto una stazione gialla di bike sharing. Un nugolo di ciclisti che le sfrecciarono accanto su un cuscino d'aria, volando come tappeti volanti sulla pista aerodinamica, la invest di ricordi: con la bici-alata faceva il giro del lago Xihu nella citt di Hangzhou dove era nata, nella provincia di Zhejiang, vicino a Shanghai, che poi era la zona da cui arrivava la maggior parte dei cinesi presenti a Milano. Ling chiuse gli occhi: vide Shanghai. Li riapr: guard Milano. Dopo l'effetto bomba dell'Expo 2015, quando di cinesi ne arrivarono un milione in pi, Milano si confondeva con Shanghai: biciclette di giorno, lanterne luccicanti di notte e lo skyline, dopo la madre di tutte, la Torre del Filarete al Castello Sforzesco, offriva torri sempre pi alte che da lass la Madonnina sembrava scesa a terra e le persone in piazza Duomo si muovevano come spermatozoi nell'utero. "Almeno non portano pioggia" consider Ling "le nuove nubi che negli anni si sono addensate nel cielo milanese!" Alcune le sembravano muoversi, come la nube del Curvo, torcersi come lo Storto. Una prendeva la forma dell'Aria, un'altra di un pennacchio di ferro nero e una addirittura correva come un'onda marina. Secondo Ling le torri e i grattacieli meneghini assumevano nel cielo le forme pi strambe. La Torre Unicredit le sembrava il pungiglione di un'ape. La Solaria che roba ? Un pettine a denti stretti o la faccia di Bruce Lee? Si ricord il grande seno gonfio all'apice della nube Velasca. Il ghiacciolo di Isozaki con lo stecco a far da radice sotto terra. Altre nuvole a forma di bosco verticale, dicono, e allora Palazzo lombardo le ricord l'albero del sandalo che la sua gente chiama il parassita perch non vive isolato ma si appoggia alla base su un complesso di propaggini dalle quali trae nutrimento e sostegno. Senza neanche accorgersene Ling era arrivata in viale Gorizia.
 Raggiunse Porta Ticinese. In piazza XXIV Maggio vol via a cavallo di un'aerobici. Ling era... prima di tutto la moglie del sindaco di Milano e poi... era bellissima. Capelli come petrolio, neri, lucidi, lisci, le scivolavano gi sino ai fianchi, certi fianchi! Suo marito Hu si diceva nato avvolto nella bandiera milanese, la sua famiglia era a Milano da tre generazioni. I bisnonni erano arrivati nel 1950, ma tornarono a riposare al paese loro da morti, anche i nonni, e Hu era andato pi volte a trovarli, cos aveva conosciuto Ling. Hu appena nominato sindaco nel giugno 2016, tra le occhiatacce della Lega che pass all'opposizione mormorando che all'epoca del carroccio seguiva quella del risci, era tornato subito in Cina per sposare Ling e condurla a vivere a Milano. Durante il trattamento Orlando si era comportato da gentiluomo con la first lady. La salut con un bell'inchino: "Mi dia la giacca sciura Ling", "Vuole un caff, un t?", "Si sieda qui, le faccio lo sciampo" e mi viene da ridere: quando mai lui faceva lo sciampo alle clienti? Insomma proprio uno zerbino! Zac il primo colpo di forbici mise a nudo la schiena di Ling. Parlarono di cibi milanesi, di cani pechinesi, poi di Gaber e di Mo Yan, cercando somiglianze tra cinesi e meneghini. Con il secondo zac sotto la chioma nera comparve il collo bianco di Ling. "Abbiamo la stessa pelle pallida, nebbiosa!" scherzava Orlando. Zac zac zac! "E un simile gusto nel vestire, la 'via della seta' sta a Milano! Le milanesi adorano vestaglie con draghi e babbucce con albicocche gialle ricamate... per non dire del riso che abbiamo in comune, a vapore o allo zafferano, sempre riso ! A parte che noi milanesi abbiamo anche la variante del riso senza zafferano, quello bianco alla monzese, nero con le seppie, rosso col vino, verde agli asparagi; noi abbiamo..." Se continuava finiva con il sostenere che il riso l'avevano inventato a Milano dove tutto  possibile! Tanto che anche i gelsi fanno l'uva! Lei taceva, da buona cinese abituata a dire sempre una parola in meno del dovuto. Attraverso lo specchio seguiva le mani di Orlando cos abili a manovrare il phon: dal basso in su, movimento a ventaglio, veloce fuu, fuu... come a soffiarci in mezzo a quel nido nero di capelli per dargli aria e Orlando l'avrebbe fatto volentieri a bocca, a giudicare dal sentimento che ci metteva; come gesto antico di chi soffia sulla brace, quel phon scatenava certe fiammate nel suo cuore, o pi in basso, chi pu dirlo!, l'arteria fu colpita da un'ondata di sangue, una seconda e ci restava secco, tanto che Orlando pens bene di reprimerle, trasformandole in sudore: "Che caldo!" fece. "Le caldane autunnali!" Apr una finestra: entr aria fresca, nel giorno dei ss. Michele, Gabriele e Raffaele, dai tre santi tirata gi a badilate dall'Adamello, lo stesso vento nei capelli di Ling imprigionato nelle fotografie di lei da morta, quelle ora sulla scrivania del PM incaricato dell'indagine sull'omicidio della moglie del sindaco che sconvolse Milano occupando le prime pagine di tutti i giornali. Il PM consider il caso chiuso una volta consegnato il fascicolo al procuratore della Repubblica. Eppure non la smetteva di pensarci su. Lo chiamavano Zingaretti, perch assomigliava al famoso attore, oppure semplicemente PM, tanto che il vero nome nemmeno io che scrivo lo so. Ling aveva un amante? Mentre alle nove del 2 novembre 2020 attraversava Ripa di Porta Ticinese a passetti corti e veloci, Ling forse indugi: pareva essersi pentita e voler cambiare idea come se non ci volesse pi andare, a quell'appuntamento. Quando la sera prima al telefono Orlando l'aveva invitata l'indomani a colazione, Ling gli aveva risposto con un sms audacemente sfrontato che per il PM divent un documento importante per ricostruire la scena dell'omicidio: "Non voio caff da te. Solo piacele". Lei ebbe subito paura d'aver detto troppo. Ci andava per un chiarimento, per curiosit o perch era innamorata? Ci impiegava poco pi di dieci minuti ad andare a piedi da casa sua a Porta Ticinese e da l cinque minuti per arrivare all'atelier di Orlando in bici-levitante. Usc da casa (a sentire il marito) alle nove meno un quarto e... non ci torn mai pi. Il suo cadavere l'aveva trovato la donna di servizio che alla Fabbrica del Vapore ci lavorava tutti i santi giorni, compreso quel luned in cui si celebrava la festa dei morti.
 Il PM si era pi volte riletto gli atti processuali. La donna aveva dichiarato di essere arrivata alle nove e di aver trovato la porta dell'atelier gi aperta. Allora aveva pensato che fosse arrivato l'Orlando. Lo aveva chiamato a voce alta. Se ci fosse stato lui dentro, certo le avrebbe risposto. Non aveva avuto risposta. Inizi a pulire dal padiglione a sud, quello su via Messina. Ci impieg un'oretta. Poi un tonfo, in tale spazio spettrale dove si trovava in quel momento, la Cattedrale dal soffitto di cristallo, potevano essere ali di pipistrelli sbattute sulle vetrate, o forse no? Le prese subito la tremarella. La scala di emergenza in ferro cigol due volte. Il vento? Gi il cuore cominciava a batterle in modo anormale. "Giro per tutti i padiglioni sino al corridoio centrale..." rifer la donna interrogata dal PM "aspetto il senza gamb". "Chi?" "L'ascensore, ma vedo..."
 "Che vede?"
 "Il bagno delle sciure, entro..."
 "E poi?"
 "Trovo la morta".
 La donna raccont di essere scappata via. "Non reggo la vista del sangue e la sciura stava in una pozza di sangue". L'impossibilit di urlare per lo shock, ma se lo avesse fatto l'avrebbero sentita strillare sino al Monumentale dove c'era pieno di gente, strilli sino... sino a San Lorenzo, sino all'altare di Sant'Ambrogio: "Aiuto! Aiuto!" Col cuore in gola pensa quanto  disgraziata: un macigno calato dal Badile-Disgrazia, le  piombato addosso! L'istinto di fuggire la spinge fuori dall'atelier: "Gi nel cortile?"
 "No, no, di l". Si  sbagliata,  confusa, ricorda di essere andata "Proprio foeura". L'autopsia rivel che Ling era morta non pi tardi delle nove e quaranta. Dodici pugnalate al petto, ematomi, graffi, ma non era emersa violenza sessuale. Delitto passionale o emotivo, aveva supposto il PM. Una storia di corna, era chiaro! C'era Lui, Lei e l'Altro. Lei aveva messo le corna a Lui e questo Lui l'aveva fatta fuori, come al tempo del Moro quando con il pugnale ci si sbarazzava dell'adultera. Un momento: il Lui in questione era nientemeno che il primo cittadino! Colui che fece fare una virata decisiva a Milano! L'arma del delitto era sparita e non c'era nessuna impronta digitale sul corpo della vittima, ma accidenti!, esclam Zingaretti, si vedeva che Hu non era tipo da compiere un omicidio, era di pasta buona, un Ambrogio! Non si era ancora messo la fascia da sindaco che gi aveva iniziato a lavorare sodo. La chinatown di via Paolo Sarpi una volta arrivata alle porte della vecia Milan aveva finito per allargarsi dalla parte opposta al delta come la foce di un fiume giallo inglobando il Monumentale e la stazione. Era un'impresa - come portar l'acqua con le orecchie - fare incontrare la cultura occidentale con quella cinese, giusto un sindaco cinese poteva riuscirci e Hu combatteva a mani nude come gli aveva insegnato la scuola buddhista. " in gamba" ammettevano i leghisti "ma d fastidio come una mosca che si ficca di qui e di l e dove non deve". Lo slogan "Non bacchette ma bacchettate!" fluttuava nell'aria. Hu si era fatto in quattro per mettere tutti d'accordo in quella New York padana, multilingue e multirazziale: Milano era l'unica citt d'Italia che non avesse pi un quartiere lombardo. Nell'estremit meridionale si sentivano i tamburi dell'Africa. In via della Moschea la voce del minareto. A est i sonagli indiani. I pianti degli armeni a ovest, tanto che era possibile fare il giro del mondo a piedi saltando da un quartiere all'altro. Essendoci ormai pi immigrati che milanesi, ecco spiegata l'elezione di un sindaco cinese, che fece scalpore come quando in America Obama sal alla Casa Bianca, un outsider. Hu da quattro anni si dava un gran da fare con i parenti di l, oltre oceano, import-export, tant' che in campagna elettorale aveva promesso e poi realizzato la risistemazione dell'aeroporto di Malpensa e dei Navigli.
 Dissotterrarli era impossibile! Eppure ci aveva pensato lui a farne strada di commercio sino al nord Europa mescolando le carte fluviali di Leonardo da Vinci con progetti moderni di architetti cinesi. Se qualcosa di grosso, come una nave carica di merci, dirigeva la prua su Milano, non era un miracolo di sant'Ambrogio! Ma dov'era il sciur sindaco la mattina del 2 novembre? Al consiglio comunale. Lo avevano visto tutti, compresi i leghisti, ora testimoni preziosi. "Mi trovi il colpevole!" aveva gridato Hu sconvolto dal dolore. Il PM rifletteva. Milano doveva riparare, pagare il debito che aveva con Hu, e lui trovare chi gli aveva rovinato la vita. Poteva anche darsi che Ling in un primo tempo c'era stata, alle avance di Orlando, dico. Poi no, si era tirata indietro e allora Orlando era diventato, furioso? Un cos bravo ragazzo! Un milanese di vecchio stampo, mica un ragazzino poi! Aveva cinquant'anni, Orlando, e si era fatto da solo. Gran lavoratore l'Orlando, serio, posato. E poi sarebbe stato un pirla se l'avesse ammazzata nel suo salone, il primo sospettato sarebbe stato lui. Queste ipotesi, per restare nell'arco del triangolo. Un quarto elemento il PM tendeva a scartarlo per istinto. Che Orlando avesse una doppia personalit? A Zingaretti gli venne il sospetto. Interrogato, non fece una piega, quel gattone dalle forbici soffici! Una tendenza delicata, la sua: niente torture! Zero colpi di spazzola! La mano garbata, il carattere gentile, lo stile di vita sobrio scartavano la possibilit che lui avesse il profilo dell'omicida ideale. Eppure  stato lui. Lo sento, mormorava Zingaretti accarezzandosi la pancia (era una sensazione viscerale). Intanto lo teneva d'occhio. Orlando aveva viaggiato molto. Aerei, taxi, alberghi. A sedici anni, lasciata Milano, il liceo artistico e le mire verso l'Accademia di Brera, era volato in America a far le teste alle dive di Hollywood. A Los Angeles c'era rimasto cinque anni e aveva riscosso grande successo. Ah bravo! Bravissimo! Fortunatissimo, per verit! Come dice quel motivetto, poi aveva aperto il secondo salone a Key West, in Florida, dirimpetto allo Sloppy Joe's bar dove Hemingway soleva scrivere i suoi romanzi. Gli affari andavano benissimo. Parlava pi lingue e aveva pi talenti. Apprese non solo l'idioma specifico delle forbici ma anche quello che gli permetteva di comunicare con l'universo femminile attraverso i capelli. Osservare una testa per cogliere una 'dissonanza' tra dentro e fuori, tra la testa e il cervello, e attraverso l'acconciatura mettere in atto delle 'riparazioni' di un disturbo, un tic, una nevrosi.  questo il segreto. Presto divenne Orlando il matre  penser del capello. Un bell'uomo, avreste dovuto vederlo vent'anni fa, alto, atletico, un marine! La cicatrice che aveva sul naso se l'era guadagnata volteggiando in sella alla bici nei park BMX dove si esibiva girando in tondo come un ragazzino. Su una mensola dell'hair salon troneggiavano i trofei vinti da lui nelle gare di freestyle. A quasi cinquant'anni si ritrov a Milano. La Fabbrica del Vapore definita "Centro di produzione culturale giovanile" era un enorme quadrilatero di edifici con al centro un cortile scoperto. Un tunnel ferroviario abbandonato divideva il cortile in due parti disuguali. Col tempo il tunnel divent la Cattedrale e fu requisito dagli streetter come pista per le BMX. L'atelier di Orlando stava nel padiglione di via Nono, era un capannone industriale di trecento metri quadri addobbato come uno studio cinematografico. Sta di fatto che Orlando si trovava nella Questura di Cadamosto quella mattina del 2 novembre in cui Ling veniva ammazzata. C'era data, ora e firma del carabiniere che l'aveva fatto uscire. Era uscito alle dieci. La sera del giorno del santi fu fermato per oltraggio a pubblico ufficiale. Un "Va da via i ciap" all'Arma che ora gli rendeva un grande servigio fornendogli un alibi di ferro. Eppure... c'era qualcosa che non quadrava. No! Non quadrava. Che cosa aveva in mano il PM? Un pugno di sms, trascritti e messi agli atti e la convinzione seria maturata dopo averli letti che fosse lui il colpevole. Da dolce amante a mostro sanguinario, la mano perde la leggerezza di una carezza e colpisce spietata a sangue! A sangue! Non c' gatto che non sia goloso di pesce! E dopo che ha assaggiato il pesce, ossia dopo che ha fatto sesso... probabilmente Ling gli mancava e vedeva nero: la nube di smog che dopo tanto era sparita da Milano gli stazionava in testa, tinta di passione. "Sono innocente!" protest Orlando pi volte interrogato al commissariato di zona. Il PM accennando il Figaro qua Figaro l, pronto prontissimo! Pens che Orlando era veloce velocissimo! Al lavoro ci andava in sella alla bici, era uno sgagnamanuber che non  inglese ma lumbard: avrebbe fatto in tempo, con una bici alata magari, volando...? No! Se era uscito dalla questura alle dieci, cos dichiarava la guardia e Ling era gi morta. Era sera. Calmo, quasi assonnato, accese la televisione e spense la luce prima di spalancare la finestra. Da via Dante dove Zingaretti abitava, la citt era una bellezza. Tutti quei lampioni! La gente allegra! Dall'alto vedeva le teste e sentiva le voci. Tese l'orecchio, con tanti spezzoni ci venne un discorso sensato: "Milano va veloce" "aumenta il ritmo e fa" "tutto al meglio!" Il PM cercava ancora di capire se Orlando gli avesse detto la verit. Alla TV un documentario, la voce del cronista: "...la banda di Robb Spierre". Chi  Robb Spierre? Non lo sapeva? S che lo sapeva e per questo non era pi calmo e assonnato. La foto segnaletica in TV, toh la stessa faccia di Orlando! Il PM sapeva che Orlando aveva un fratello due anni pi grande di lui, Roberto, che gli somigliava, fisicamente per carit, solo fisicamente! Robb era un pistola, aveva fatto una carriera da delinquente e appena uscito da San Vittore non aveva picchiato un'aringa! E gliele aveva suonate di santa ragione a quel calzon rigaa! Per uno screzio, pare per un nonnulla. "Neanche il tempo di uscire dal Duu" lo rimprover il PM quando l'indomani ci and a parlare "e ti hanno trattenuto,  cos?"
 "No..."
 "S o no?"
 "S e no".
 "Se mi fai intendere s, perch poi dici no?"
 "S, una notte. Per motivi precauzionali".
 "Quando?" "La notte tra i santi e i morti". "Non risulta il tuo fermo in nessuna questura, perch?" Un lampo e il PM cap quello che doveva capire. Zingaretti aveva le antenne per certe cose, riceveva onde magnetiche che gli permettevano di cogliere negli altri la paura, la colpa, la menzogna... "Come va con tuo fratello?" "Chi lo vede pi! Mai che fosse venuto a trovarmi". Sembrava sincero. "Lo sai che Orlando  stato fermato?" "Ma se non ha mai commesso un'infrazione in vita sua, neppure una multa!"
 " stato rilasciato alle dieci del 2 novembre, come te vero?" lo incalz il PM "Come si spiega?" Messo alle strette Robb raccont il pasticcio al PM che l'aveva gi intuito.
 "L'ho fregato, gli ho fatto uno scherzetto! Quando mi hanno fermato ho dato la sua identit, io non volevo mica tornare dentro, l'appuntato ha guardato la foto sul documento, non si  accorto dello scambio, ci somigliamo tanto... Cos ora risulta che in carcere c' stato lui il 2 novembre, e non io! Anche lui  'marcaa in ross' sul certificato penale!"
 Apriti cielo! Orlando, come chi approfitta dell'incendio per rubare, si era approfittato dell'aiuto che gli aveva dato quel pirla ma senza volerlo! Per caso! Hu lanci un'occhiata di ammirazione al PM, senza di lui Orlando l'avrebbe fatta franca.
 "Il dovere mi chiama" disse poi entrando a Palazzo Marino dove lo attendeva tanto lavoro da sbrigare, spinose questioni eco-ambientali da risolvere, di carattere internazionale, tra le pi scottanti del pianeta!
 L'estate del 2014 con tutte le sue piogge ha lavato strade, giardini, terrazzi e balconi.
 Le piante a settembre erano pi verdi e pi alte, piene di rami robusti, di foglie tese e carnose. Dal terrazzo le nostre tentavano di infilarsi in casa editrice passando dalle finestre, piantando dentro gli infissi piccole ventose scure nate improvvisamente da tutta quell'acqua.
 Il cielo da allora  nettissimo, quando si aprono le nuvole, la foschia c' di rado, quando c'  vapore sfumato del rosa o del verde di raggi mai troppo distanti.
 Quando vai per la strada adesso l'incanto per non  il cielo, che per essere bello  bellissimo, ma a volte anche troppo solare, perch Milano resta la citt dove torniamo per lavorare senza tentazioni.
 L'incanto adesso sono i suoni.
 Come bucce di cipolla sono spariti uno alla volta i rumori molesti dei vecchi motori, con il ronzio delicato delle automobili risaltavano di colpo i rombi dei condizionatori, e veniva allora naturale usarli meno e attutire il rumore, e lo stesso per gli altri motori rombanti lasciati via via allo scoperto, finch ora si sentono i passi, i fischi, le voci, le gomme delle ruote, si sente abbaiare come in campagna la sera, si sente il suono dei piatti e delle pentole passando vicino alle case, si sentono le campane, si sente la ghiaia che scricchiola e l'acqua delle fontane.
 E sono spariti anche i rumori che usavamo per difenderci dagli altri rumori, la musica finta che non si ascoltava, la televisione che ci mitragliava anche lungo i binari del metr.
 Perch il teppismo sonoro che prima si nascondeva nella melma rumorosa indistinta, ora che tutto risuona chiarissimo si  ritirato nell'ombra, e ci vengono incontro i tamburi nei prati al tramonto, le note di un violino accordato dentro una stanza o la gioia di un bambino che canta.
 Anonima milanese
 


  Francesca Rossi
 Il grande albero

 
  un caldo pomeriggio di met settembre. Due ragazzini attraversano a piedi viale Regina Giovanna diretti a Porta Venezia. Stanno leccando il cono gelato che hanno comperato appena usciti da scuola. Igor si  gi macchiato il giubbotto con una goccia di cioccolato. Daniela si ferma prima di imboccare via Spallanzani e blocca Igor dicendo: "Guarda in su! Anche oggi ci sono gli stormi di uccelli che si radunano. Spostiamoci in fretta cos vediamo meglio dove si ritrovano". Allungano il passo rischiando di far cadere il gelato. Si siedono sulla panchina sotto i rami del piccolo albero, rivolta ai caselli di Porta Venezia. Ormai anche la giacca di Daniela ha una macchia, color rosso fragola. Hanno finito i loro coni parlando concitatamente fra loro.
 Igor ha perso i primi giorni di scuola perch  arrivato ieri dal Per, ma  stato giustificato, perch ha fatto questo lungo viaggio per conoscere il paese dei suoi genitori. Per loro  stato molto impegnativo organizzarlo; hanno risparmiato dai loro modesti stipendi da quando lui  nato, nove anni fa, e quest'anno sono riusciti a tornare in Per con lui. Hanno dovuto decidere le date del viaggio in base al prezzo del biglietto, quindi il volo di ritorno non ha potuto essere prima di met settembre. Igor recuperer in fretta l'assenza di una settimana e nei prossimi giorni la maestra gli far raccontare in classe il suo viaggio. Oggi per vuole raccontarlo a Daniela, sua compagna di scuola dalla prima elementare e sua migliore amica. Anche lei vuole raccontare le sue vacanze, passate dai nonni materni.
 Daniela  stata in luglio e agosto in Puglia, vicino a Gallipoli. In queste vacanze  un po' ingrassata, come ha notato Igor, perch la nonna ha cucinato sempre cibi buonissimi e c'era tanta frutta da mangiare, anche direttamente dagli alberi. Un altro cambiamento che ha notato Igor  nei suoi capelli: tagliati corti e pi biondi. Il sole glieli ha schiariti perch ha passato quasi tutte le giornate all'aperto, nel cortile e nell'orto dei nonni o sulla spiaggia. Una spiaggia grandissima dove ha corso e giocato, dove si  asciugata al sole dopo le nuotate nel mare tiepido e azzurro.
 Lei ha notato che Igor  cresciuto di qualche centimetro, perch ora  pi alto di lei. Stamane a scuola aveva pensato fosse soltanto dimagrito; ma mentre si specchiavano nelle vetrine camminando in via Spallanzani si  avvicinata bene e ha visto che il caschetto di capelli neri di Igor supera davvero la sua testa bionda.
 Igor  ancora frastornato dal lungo viaggio in aereo. Oggi in classe verso mezzogiorno ha rischiato di addormentarsi; poi in mensa ha mangiato con poco appetito, ma al doposcuola, quando la testa gli  crollata sulle braccia piegate sul banco, lo hanno lasciato dormire. Al suono della campanella, alle quattro, si  rialzato molto confuso, non ha capito subito dove si trovava, credeva di essere a casa della nonna di Lima. Sua madre l'ha visto uscire di scuola con aria assonnata e l'ha salutato dicendogli: "Se vuoi dormire ancora un po' puoi farlo a casa, fino all'ora di cena".
 Lui per sentiva, oltre al sonno, anche un grande bisogno di raccontare il suo Per a Daniela. Quando poi ha visto che la gelateria di piazza Lavater era aperta, gli  venuta anche molta voglia di gelato. La madre di Daniela, mentre lo salutava, ha notato il suo sguardo che si incantava sempre pi sul cono che aveva in mano un ragazzino appena uscito dalla gelateria. "Volete un gelato?"
 "S" hanno risposto i due in coro. Conquistato il gelato si sono incamminati con le loro madri verso il piazzale della chiesa di Santa Francesca Romana. L hanno guardato se c'era una panchina libera, ma erano tutte occupate. Daniela ha detto "Voglio sentire i racconti di Igor, lasciateci andare alle panchine di Porta Venezia, poi possiamo tornare a casa da soli senza problemi". Sua madre allora ha proposto di ritrovarsi dopo un'ora alla Biblioteca Venezia, dove deve passare a ritirare un libro; lei nel frattempo avrebbe fatto la spesa al mercatino mensile di frutta, verdura, formaggi, pane e altro, che proprio oggi si tiene nel piazzale della chiesa. La madre di Igor ha dato il suo benestare e se ne  andata al suo secondo lavoro, nella stireria sotto casa.
 Una signora si siede di fianco ai due ragazzini sulla panchina e toglie un piccolo cannocchiale dalla borsa. Loro la guardano incuriositi. Lei si concentra sul grande albero di l dall'incrocio, a destra. Anche loro si mettono a guardare in quella direzione. Ci sono uccelli radunati sull'albero. Igor chiede alla signora "Come si vede con quel cannocchiale cos piccolo?" e racconta di aver usato un cannocchiale due settimane fa in Per.  stato quando ha fatto un viaggio da Lima ad Arequipa a trovare gli zii del pap. Lo zio Ismael lo ha portato una mattina prestissimo molto lontano dalla citt, sulle montagne, a vedere i condor che vivono l. Igor dice emozionato: "Sapete che son riuscito a vederne uno volare? Sembrava un aereo! L'ho visto anche col cannocchiale dello zio, che era molto grande e per me era pesante da tenere ben fermo".
 La signora spiega che il suo, cos piccolo e leggero, l'aveva acquistato molti anni prima per portarlo in qualche rara gita sulle Alpi e per vedere le facce dei ballerini e dei cantanti quando riesce ad andare alla Scala. Passa poi il cannocchiale a Daniela dicendole di puntare verso la parte alta dell'albero, sugli ultimi rami. Daniela si concentra sforzandosi di restare immobile. Ora riesce a vedere i becchi gialli degli uccelli. La signora le dice che lei quest'anno riesce quasi a distinguerli fra maschi e femmine. Le  sempre piaciuto guardare gli uccelli che si radunano, emozionarsi quando si alzano tutti in volo formando una grande V. Racconta che, da quando hanno rimesso questa panchina, lei ne approfitta per starsene comoda, seduta, a sognare.
 Dice che questa  la sua panchina preferita perch da qua si ha la migliore visione sia del cielo che degli alberi. Lo sguardo pu spaziare verso quasi tutti gli alberi di Porta Venezia, da quello a sinistra che sovrasta il chiosco di fiori e l'edicola a quelli all'inizio di viale Vittorio Veneto. Soprattutto da qua si pu ammirare il grande albero, fino alla cima della sua ampia chioma. E grazie al cannocchiale lo sguardo pu arrivare a scrutare fra i rami pi alti. La curiosit per i rami pi alti le  venuta nell'inverno di nove anni prima. Era da poco in pensione e finalmente si spostava camminando senza fretta, guardandosi bene intorno. Cos un poco alla volta aveva notato la bellezza del grande albero. Passando davanti all'edicola vicino allo Spazio Oberdan, un giorno si era soffermata sul gigantesco tronco tra i binari del tram e il suo sguardo era salito fino ai rami, che, in inverno, spogli, mostravano la loro perfezione. In quelle settimane, andando alla cineteca, si soffermava sempre a guardare. Un giorno aveva notato uno strano groviglio su un ramo molto in alto: sicuramente un nido. "Tornate a guardare i suoi rami quando si saranno spogliati per il prossimo inverno" consiglia ora ai due ragazzini.
 Le panchine a Porta Venezia sono state rimesse solo cinque anni fa, nell'estate 2015. La richiesta era stata fatta con insistenza dal comitato di quartiere, ma la decisione era arrivata quando era gi iniziata la grande fiera Expo a Rho. Avevano organizzato un ufficio informativo anche qua, nel casello vicino alla fermata del tram. La gente era tanta e c'era solo qualche gradino per sedersi: finalmente l'amministrazione aveva capito l'utilit delle panchine. Oltre a rimetterne tre rivolte alla strada, come erano anni fa, ne avevano messe due attorno al praticello della magnolia. "Voi non ricorderete perch siete troppo piccoli, ma questo spazio era diventato molto brutto, e tutto per non far usare le panchine ai barboni".
 La signora dice che alle cinque se ne andr anche lei, per ritrovarsi col suo coro in una sala del casello qua di fronte. Finalmente c' questo spazio messo a disposizione di piccoli cori autogestiti e usato anche per serate musicali organizzate dalla Biblioteca Venezia. La signora racconta che non  stato facile mantenere in vita l'iniziativa del suo piccolo coro. Nel 2015 avevano rischiato di chiudere per l'aumento del costo dello spazio dove si ritrovavano. Ma, quando stavano smantellando l'ufficio informativo per l'Expo, aveva pensato di proporre un altro utilizzo pubblico di quel locale, offrendolo ai piccoli cori per trovarsi a provare.
 In poco tempo la cosa si era concretizzata, grazie anche all'intervento dei gruppi Social Street della zona. "Li conoscerete anche voi, ora ce ne sono quasi in ogni strada".
 "Certo, con la mia famiglia faccio parte di quello di via Melzo" dice Daniela.
 La signora racconta che la prima Social Street venne organizzata alla fine dell'anno 2013 in via Maiocchi, poi nel 2014 ne nacque una seconda in via Morgagni e poi in tante altre strade. "Quando nel settembre 2015 si seppe di questa richiesta per il mio coro, le Social Street della zona organizzarono dei brevi incontri canori vicino a queste panchine. L'avvenimento venne riportato sulle pagine locali dei quotidiani e si diffuse nei siti internet. Ogni volta aumentavano i curiosi; molti univano le loro voci al gruppo che cantava. Arrivarono persone di ogni et che avrebbero tanto voluto cantare e un altro piccolo coro, che stava per avere il nostro stesso problema. Un giorno arriv anche l'assessore alla cultura che si impegn a fare un accordo con l'Associazione panificatori che gestiva questo casello. Poi fece votare dal Comune di Milano la proposta per il suo utilizzo da parte dei piccoli cori amatoriali della citt. Cos, da dicembre 2015, questo  il ritrovo del mio coro".
 Interviene Daniela: "Certo che qua il cielo si vede bene, meglio che dal piazzale della chiesa. Sabato scorso il cielo era cos bello che anche a mia mamma  venuto il desiderio di fermarsi ad ammirarlo. Si avvicinava il crepuscolo e stormi di uccelli disegnavano il cielo, si riunivano in un grande cerchio scuro, si dividevano in cerchi piccoli, partivano formando varie V e si riunivano formandone una grande. A un certo punto mi  sembrato di leggere 2020 nelle loro evoluzioni! Ecco perch ho proposto a Igor di venire qua oggi; ma ora ne stanno passando pochi, peccato, forse arriveranno pi tardi. Sabato abbiamo visto anche tanti colori nel cielo. Era prima arancio dorato con righe violette, poi lilla chiaro, lilla scuro con delle nuvolette rosa brillante che poi sono diventate rosse; mentre pi in basso si illuminava il color oro del tramonto, il lilla  diventato azzurro intenso ed  apparsa la prima stella. Allora mia mamma ha detto che era ora di andare a casa".
 L'attenzione ritorna agli uccelli. La signora dice che fino a tre anni prima se ne vedevano pochi su questi alberi. Ora arrivano qua in tanti perch in queste strade scorrono davvero poche auto, da quando restano quasi tutte parcheggiate vicino alle stazioni periferiche della metropolitana e del passante ferroviario. Pure quei parcheggi vennero risistemati quando era ormai arrivato il caos per l'Expo. "Per fortuna prima dell'Expo venne ripristinata la linea di tram 29/30, con il vecchio ma bello, robusto e veloce, tram di legno. In quei mesi tantissime persone, grandi e piccole, poterono scoprire tante parti belle di Milano spostandosi con questo tram. Avrete visto anche voi bambini quanto  usato e fotografato dai turisti".
 Igor riprende il cannocchiale; poi lo passa a Daniela, che sposta lo sguardo oltre i due caselli, sulla cima del palazzo che sta nell'angolo del parco con la via dei Bastioni. Quel palazzo termina con una specie di torre e con un terrazzino. C' qualcosa l sopra, ma  difficile capire cosa sia. Guarda anche la signora; poi Igor, che dice di vedere un grande uccello bianco. La signora riguarda attentamente, poi urla emozionata: "Ma  la cicogna! La primavera scorsa l'avevo vista, o almeno lo credevo ma non osavo dirlo, neppure alle amiche. Non era l, ma sul grande albero, molto in alto e nascosta dai rami.  proprio lei! Bianca col becco rosso. Che bello, dobbiamo festeggiare! Ora non possiamo perch sono quasi le cinque e dobbiamo andare. Ma domani vi offrir io il gelato. Dite ai vostri genitori che ci sar anch'io alle quattro all'uscita della vostra scuola".
 Non si sa quanti anni abbia il grande albero,  da sempre l, all'inizio di viale Vittorio Veneto, tra i binari del tram. Al 2020  arrivato rigoglioso, con la sua forma perfetta che si nota particolarmente quando perde le foglie per l'inverno.  allora che il suo tronco e i suoi rami chiari appaiono rilucenti quando sono illuminati dal sole.
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Luca Vicenzi.
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Home.
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Una sera di autunno senza pensieri e con giacche pesanti lasciate aperte a quel vento di stagione, freddo fuori e caldo dentro, lui pens che avrebbe trovato un posto accogliente dove stare senza domandarsi nulla, senza pensare al tragitto per arrivarci, senza pensare a tutte quelle aspettative che le persone hanno su di te, e che tu hai in fondo su di loro. Pens a quando le cose, i fatti della vita, partono piano, crescono, come dovrebbe essere; per poi subire accelerazioni improvvise che fanno perdere l'orientamento.
Gli occhi color mandorla di lei erano fermi e pieni di vita, dentro c'era il peso di cose che fanno soffrire e di cose veloci, c'era il sapore buono di una persona da proteggere.
Proteggere da tragitti gi decisi, da inviti a uscire per serate dove solo alla fine arriva la gloria, nei ricordi del giorno dopo, e dunque senza gloria.
Da proteggere dalle insegne spente di un ristorante etiope che cambia gestione, dalle pareti rotte di un quartiere che sta cambiando, dalle sperimentazioni sulla pelle e dalla cacofonia.
Fuori dalla bolla che ciascuno costruisce per s e fuori dalle convinzioni che ciascuno afferra senza pi lasciarle andare, si incamminarono insieme, cercando un posto dove stare.
Le decisioni da prendere, le cose da fare con cui ti scontri e quelle che ti vengono addosso, gli appuntamenti con ci che pu avvenirci dentro: erano buone pratiche, e le buone pratiche richiedono tempo e il tempo  una buona pratica.
 Una sera sul calare del sole, il suq sembrava deserto, mentre dentro la citt vecchia la terracotta scottava pronta in ogni casa per la cena, guardarono il porto antico dall'alto, poco sopra la collina che domina la citt.
 Guardarono le porte pesanti che chiudono cortili interni, le piante che germogliano tra i mattoni e sui balconi, quasi avessero una disciplina e una riverenza. Guardarono i grandi viali dove ai lati la terra e la polvere si alzano per ogni motorino rattoppato, per ogni camion con una storia dentro, per ogni macchina moderna senza niente dentro. Sembrava di essere arrivati di fronte a un separ: fuori, un posto che conosciamo, dietro, un orizzonte senza inizio e senza fine. Tornarono verso un quartiere periferico, rannicchiato poco distante dalla medina, e di fronte a quel t nell'eco del palazzo in cui trovarono una stanza di poche cose, oltre che un letto in legno e un pavimento in cotto di chi ha come unica preoccupazione la sabbia e l'oceano, decisero che sarebbero stati bene laggi. Prendendo il tram che si aggrappa su rotaie strette a bordo case verso la collina, decisero di muoversi verso il parco, per restarci, e da l osservare le piante che crescono in quella citt e quelle che negli anni ci hanno portato da posti lontani, forse per vedere l'effetto che fa sparigliare le carte sul tavolo del mondo. Fecero un ampio giro camminando, aspettando di respirare diverse temperature dell'aria da alture distanti tra loro, da miradouros appoggiati come uccelli ai lati di quella vecchia citt piena di luce, adagiata in fondo a una valle, fatta apposta per essere osservata; come una mamma osserva il suo pargolo in culla. Circondati da arbusti tropicali, piante ad alto fusto e invenzioni pi basse e sorprendenti della natura di chiss dove, il parco sembrava pensato per restare sempre com'era, e da sempre nella quiete per dare quiete.
 Cos come il giardino botanico tropicale poco distante scivolava scuro, verso i piedi di una collina, e il tramonto l dentro sembrava non finire mai, il tramonto che osservavano in quella citt era un lunghissimo gioco di specchi dove ogni meccanismo che controlla il tempo sembrava tornare al punto di partenza del tramonto, per mostrarlo una volta ancora.
 Si fermarono un poco sopra un bairro molto in alto, per osservare la citt dall'alto. Come quando, come sempre, l'hai stropicciata, annusata, assaggiata abbastanza dentro, e la vuoi respirare un po' da fuori.
 E in quel tramonto senza fine, decisero che sarebbero stati bene laggi.
 Di notte il treno spar nel sonno, e tutti quelli che cucinavano, e tutti quelli che giocavano a carte, che scrivevano lettere con dei disegni dentro, che aggiustavano pacchi e chiudevano conversazioni, che leggevano le upanis.ad, sparirono nella stanchezza.
 Arrivarono la mattina presto, poco dopo l'alba, e la giornata fu lunga e piena di slalom, quelli che fai con te stesso prima di capire che dopo essere entrato in casa d'altri, prima o poi ti devi accomodare. Il viaggio dal tempio, l'enorme mondir circondato di cuori e di piedi scalzi, fu lungo e senza nessuna sosta in mezzo, o comunque nessuna abbastanza rilevante da fermare il chiacchiericcio di quel treno cos lungo e cos pieno di persone.
 L'assalto degli odori, di quel fluido colloso che entra nei vestiti e nella testa, che sa di muffa e di cose vecchie, di cose fatte in qualche modo, di legno, di cose aggiustate e di cibo, di cibo che ha sempre un odore. Un sospiro leggero di odori che entra nelle tasche e che viene dalla terra, dalle mani, e che rilascia un liquido, e sembra dirti che  nostalgia dov' pi arido, ed  santo sempre. L'assalto del colore che si muove come un serpente o come un vecchio che balla senza timori tra la gente, tra le case, e ciascun colore ha un suo colore in ogni posto, e ogni posto sembra un'invenzione.
 In ogni posto non c' piet e non c' stupore, c' miseria ma senza orrore, e dunque la miseria  una condizione, non una caduta.
 Non c' disciplina, perch tutto  gi disciplina.
 Non ci sono code, perch, nella moltitudine, ogni movimento  coda. Ci siamo noi tutti e c'erano loro due, e in quella moltitudine osservavano dall'alto ci che  in realt un giorno. Al tramonto si fermarono e guardando l'enorme ingranaggio di quella citt dal tetto di un edificio schiacciato dentro l'intestino piatto della citt, osservarono i commensali seduti a quella cena. Pensarono a ci che avevano negli occhi clienti come quelli, che vedono solo rovine di ci che  stato. Loro piuttosto vedevano quei posti in costruzione, posti che semplicemente hanno richiesto un tempo immenso per diventare qualcosa. Pensarono che forse, un giorno, sarebbero stati bene laggi.
 Quando arrivarono per la prima volta il paseo nella sua pelle lucida e ruvida era pieno di vita, la gente sembrava abitare in un borgo antico, si incontrava per vie traverse sapendo che avrebbe incontrato qualcuno in qualche modo. Ogni posto era arredato dalle persone prima che da altro, ogni fermata di quella metropolitana veloce e calda portava in superficie dando l'idea di una risalita sorprendente, generando l'attesa di una sorpresa che ogni volta c'era.
 C'erano diverse cose nuove che entravano dentro cose vecchie, la leggera brezza del mare al mattino che spazzava le vie della citt quasi a spingerti tra i suoi vicoli o a costringerti a rassettarti senza fretta su una panchina lungo un viale alberato e pieno di luce.
 La mattina quel soffio leggero li portava per mercati rionali e per posti di libri e di cose un po' usate e forse solo non pi nuove, li portava per vecchi bar dove si scende per entrare subito in una coda di avventori abituali, a bere qualcosa senza saperne il nome, e a mangiare, ma solo per capire meglio le cose di quella citt. Una sera verso il tramonto, ma pochi passi prima che inizi, camminarono fino a finire le strade e scivolarono lentamente su una delle eleganti ramblas che dalle arterie autostradali esterne della citt arrivano nella sua pancia, pensando a ci che erano e a ci che sarebbero stati. Pensando a come progettare la fuga perfetta o la reclusione pi morbida, senza giudizio, soli di fronte a se stessi. Fecero sosta diverse volte e ogni volta spinti altrove, ogni pausa era senza tempo e senza appuntamenti. Il lungo e ampio viale alberato, non senza traffico, non senza biciclette e negozi e cose da fare, era nel suo centro esatto diventato una pista senza pi nulla intorno e con solo loro dentro.
 Prendendo la U-Bahn una sera tarda d'estate si spostarono da dove la citt sembrava arrivata alla fine di un mondo, e dove ne cominciava un altro.
 Dove ci che era stato, ora esploso in mille schegge ha liberato la vegetazione, rendendola selvaggia mentre si aggrappa con eleganza su ogni palazzo, e su chiunque lo abbia costruito e abitato.
 Assaggiarono i tram, le salite e le discese morbide, i vagoni della metropolitana che attraversava i palazzi sfiorando i secondi o terzi piani di edifici senza tende. Assaggiarono le lunghe Allee e i valichi che ricordavano un peso da sopportare ma senza pi la voglia di sopportarlo, e la citt sembrava un vecchio veliero con il suo equipaggio che ha salpato da molti porti oscuri e ora sembrava galleggiare in una luce chiara verso una sensazione che a loro piaceva.
 Stringendosi la mano nell'odore salmastro ma senza mare di quel posto, si fermarono ovunque e quella sera quel viale sembrava una scia leggera che li portava sempre pi avanti come quei tappeti mobili automatici che trovi negli aeroporti.
 Le loro parole non finivano mai, e l'abbraccio ai luoghi era quell'indisciplinato tragitto dentro la nave.
 Guardarono la gente seduta sopra un ponte, che osservava il tramonto, senza volerci vedere un significato e senza rovinare l'immagine, la gente che semplicemente si fermava e andava in un posto da cui poterla vedere, la giornata che finiva.
 Osservarono la citt nella sorpresa di aver perso il tramonto osservando altri che respiravano il tramonto, si guardarono pensando che sarebbero stati bene laggi.
 In molti posti trovarono una casa in cui restare, luoghi che non puoi immaginare finch non ci sei dentro, e che anche quando ci sei entrato non ti sembra vero di esserci stato.
 Forse perch non c' nulla di immaginato,  tutto reale; e perch l'immaginato  molto pi debole di come stanno le cose in realt, e la realt a volte  davvero sorprendente, come in certi sogni.
 Nelle albe stanche e nel viaggio senz'ansia, nella destinazione, nelle pause di motel senza insegne, aspettando su mezzanini di stazioni, in posti di passaggio, dove non c' che luce, dove la notte mangia il mondo e te lo restituisce in quell'attimo in cui sei l a osservarlo, si fermarono per quell'attimo in cui restare.
 E la casa era cucita apposta per quel momento, quando si osservavano o si scoprivano a pensare, che ovunque fosse, sembravano poter trovare una casa fino alla fine del mondo.
 Note
 Suq, s. m. [dall'arabo] - Adattamento grafico del termine arabo suq (v.), mercato, luogo di mercato, bazar.
 Medina, s. f. [dall'arabo madina 'citt'] - La parte vecchia di una citt islamica.
 Miradouro, s. m. [dal portoghese 'belvedere'].
 Bairro, s. m. [dal portoghese 'quartiere'].
 Upanis.ad upniad s. f., [sanscr. propr. 'seduta riservata', 'dottrina arcana, segreta'] - Serie di testi filosofico-religiosi, in prosa e in forma metrica, dell'India antica.
 Paseo, s. m. [dallo spagnolo 1. corso, viale 2. passeggiata].
 Rambla s. f. [dallo spagnolo propr. 'letto naturale delle acque pluviali', dall'arabo ramba 'terreno sabbioso'] (pl. ramblas) - In alcune citt della Spagna, corso, passeggiata, strada principale.
 U-Bahn, s. f. [dal tedesco 'Untergrundbahn', 'ferrovia sotterranea']  una stazione di transito rapido.
 Allee, s. m. [dal tedesco 'viale'].
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FINE.